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GIUSTIZIA E SOLIDARIETA'

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basta abusi

I "casi" Ilva, Finmeccanica, Eni-Saipem, MPS e via dicendo non fanno altro che confermare quanto sia guasto e compromesso da metastasi il cosiddetto "sistema Italia".

Sarebbe perciò più corretto cominciare a parlare di "caso Italia", anche per evitare che l'arresto di questo, la rimozione di quello o le dimissioni dell'altro finiscano per produrre quella "buona coscienza a buon mercato" che mette tutti tranquilli fino al prossimo riprovevole accadimento, invece che costringerci a guardare, oggi, profondamente in noi stessi avvertendo l'insopprimibile urgenza di una riforma vera e condivisa.

Che esista una "questione legalità" -abnorme discendente della "questione morale" evocata già alla fine degli anni settanta- é ridicolo anche solo pensare di negarlo.

Eppure é almeno altrettanto grave che ci si possa illudere di far uscire il Paese da una tale emergenza solo attraverso i procedimenti giudiziari.

Una società -opinione pubblica e sistema informativo- che non sia culturalmente predisposta a penalizzare spontaneamente certi comportamenti, indipendentemente dal loro rilievo giudiziario o dal preteso "potere" di cui si ammantano coloro che li generano, non ha alcuna speranza.

Eppure il "malaffare", da solo, non é sufficiente a spiegare interamente il "caso Italia", che, in ogni caso, non si é certamente materializzato dal nulla.

Non c'era bisogno del prof. Zingales per sapere che esiste anche una spaventosa "questione manageriale", che il nostro Paese -nel "privato" almeno tanto quanto nel "pubblico"- soffre della peggior "classe dirigente" di cui la sua Storia possa conservare traccia: eppure ancora pochissimi, tranne qualche ininfluente mugugno, sono disposti a dirlo pubblicamente e a voce alta.

"Se le nostre imprese non crescono -dice l'economista liberista (non un "nostalgico gruppettaro")- non è tanto per il famigerato articolo 18, ma per l'amoralità economica diffusa nel nostro paese."

Il motivo sta nel "capitalismo clientelare", nella "peggiocrazia" dominante, nei criteri di selezione che portano a livelli dirigenziali e decisionali i parenti, gli amici, gli yesman: "in Italia la fedeltà fa premio sulla competenza" allo stesso titolo per cui "in Italia prevale la cultura della furbizia invece che quella dell'onestà" e tanto quanto "in Italia il conflitto di interessi è così diffuso da non essere neppure percepito come un problema".

Giudizi trancianti che il professore dell'Università di Chicago riserva all’articolata realtà del nostro Paese. Una sintesi mirabile che, Zingales, con ogni probabilità, non sa nemmeno quanto sia calzante soprattutto per il nostro settore.

Lunghi anni di dominio incontrastato di improvvisazioni ammantate di strategicità, di sfruttamento intensivo di posizioni di rendita, di furbizie e sotterfugi, di bassi profili e piccoli cabotaggi, di ricerca affannosa di alibi e capri espiatori da utilizzare e sacrificare all'interesse contingente o particolare, quasi sempre, solo personale.

Sono queste le ispirazioni dei processi decisionali che hanno diretto il settore e lo hanno fatto trovare già spossato ed esangue all'appuntamento con una crisi devastante che ormai travolge tutto e tutti: una crisi che non ha incontrato alcuna minima resistenza che pure il settore stesso avrebbe avuto il dovere -per metodo e per prudenza- di approntare, in vista di possibili emergenze in un mercato reso fragile dall’essere legato ad un unico prodotto, per giunta in contesti sostanzialmente sovranazionali.

Al contrario, il nostro settore si é ritrovato, al termine di un processo partito nei primi anni '90 e durato quasi 15 anni, ad essere dominato da un operatore dichiaratamente (e platealmente) disinteressato alla distribuzione carburanti (ma quale mercato può resistere al disinteresse del suo leader?).

Un mercato nazionale rimasto, per questo, in balia delle bizze, da una parte, del "padrone delle ferriere" che ha visto in questo solo "una vetrina, per giunta sporca" o l'occasione mediatica per "un investimento reputazionale" (a suo beneficio, s'intende), e, dall'altra, degli "esecutori".

Meri interpreti di uno spartito senza variazioni ai quali, privi di alcuna altra autonomia, non é rimasto altro che ritagliarsi il ruolo salvifico di promotori della santa crociata contro i gestori ed il loro sindacato.

Una realtà ben triste resa ancor più mesta dal dover prendere atto che contro chiunque altro abbiano provato ad ingaggiare una battaglia, hanno dovuto letteralmente soccombere, sia politicamente che economicamente.

Governi di ogni colore, Commissione europea, Antitrust, competitors aggressivi, GDO, pompe bianche, concessionari autostradali, retisti: ognuno di questi soggetti, ciascuno a suo modo, ha potuto fare e ha fatto il comodo suo e razziato. Senza limite né remora.

Il tutto grazie ad un settore indifeso, disgregato e diviso, senza guida né leadership, senza progetto né prospettiva, colpito a morte nei suoi elementi più vitali (qualificazione professionale, qualità della prestazione e marginalità) da una serie impressionante e ineguagliabile di obiettivi falliti e scelte sbagliate del suo leader, a cui hanno fatto da acritici corifei gli altri marchi petroliferi, più impegnati a costruirsi un comodo alibi verso gli azionisti, seguendo il "dominus" nel “fiasco” imminente, che a rischiare di ottenere qualche risultato proponendo, apertamente e senza sudditanza, un progetto di mercato possibile originale e alternativo.

"Dagli al gestore" é la sola chance esercitata da questi grandi manager.

E' sotto gli occhi di tutti (anche solo di quelli con un occhio solo) che né iperself, né iperself h24, né scontone hanno salvato l'Eni -seguita a ruota dagli altri marchi petroliferi- da risultati disastrosi in valore assoluto e comunque deludenti e deficitarii rispetto al mercato.

Eppure ai grandi manager (nella migliore tradizione di quei vecchi politici che non perdono mai: "rispetto alle europee abbiamo ceduto, ma rispetto alle provinciali abbiamo tenuto!") é sufficiente coprire il risultato disastroso in termini di vendite, evidenziando che "sul piano economico le perdite sono state ridotte".

Ma come, se le vendite sono andate a picco?

Chi avrà voglia di andare a guardare nelle pieghe della trimestrale troverà quelle risposte che la Fegica, da sola e in compagnia, aveva largamente anticipato.

Eni ha "fatto cassa" (fa sorridere) da una parte aumentando i prezzi grazie ad un sistema opaco e inintelligibile da consumatori, informazione e Istituzioni, così come evidenziato dallo studio della Fegica, pubblicato appena qualche giorno fa.

Dall'altra -e si tratta di svariate decine di milioni di euro- sottraendoli letteralmente ai gestori.

Insomma, i petrolieri e la grande Eni in testa si sono ridotti a mettere le mani in tasca ai gestori con ogni mezzo -taglieggiando i margini, non pagando i debiti, allungando i tempi di rimborso, ecc.- per far sembrare (ma solo sembrare) di aver (quasi) quadrato quei conti che hanno mandato a ramengo per loro stessa responsabilità.

E c’è da giurare che per questa “performance” rivendicheranno anche “premi di produzione”.

Ovviamente, tutto questo è stato condotto in spregio agli accordi collettivi ed alle leggi che comandano di rimandare proprio a quegli accordi, in materia di condizioni economico-normative.

E così, infine, si torna inevitabilmente alla "questione legalità".

Alla nostra Federazione possono essere, più o meno legittimamente, rimproverate molte cose.

Non certo quella di aver provato a fare anche solo un po' meno di tutto per riportare al confronto ed al negoziato quella che appare sempre più essere una vertenza sulle regole e sul loro rispetto, prima ancora che economica e commerciale.

Una vertenza che abbiamo contribuito a governare con un approccio di "sistema" nella stagione del passaggio dai prezzi sorvegliati a quelli liberi ed in quella dei rinnovi degli accordi degli anni 2002/2004.

Abbiamo provato a superarla attraverso l'"autoriforma" del settore, sulla base di nuove regole condivise, proponendo da soli "Il futuro possibile" nel 2006, e poi promuovendo unitariamente con le altre sigle sindacali il "Work shop" del 2008.

Abbiamo testardamente ricucito lo strappo dolorosissimo che sempre Eni ha violentemente imposto al settore, prima che alla categoria ed al fronte sindacale, nel 2009.

Abbiamo tentato ogni strada per riaprire tavoli di contrattazione aziendali e istituzionali per definire nuove modalità di gestione delle relazioni.

Ci siamo fatti carico insieme alla Faib -per reagire alle accelerazioni impresse da politici incapaci e compiacenti al processo di smantellamento del sistema dei diritti dei Gestori (i cui danni si vedono ora in tutta la loro gravità)- di elaborare e dare dignità, nel 2011, all'unico progetto di riforma complessiva, qualunque sia il giudizio che si voglia esprimere, che il settore sia stato capace di produrre. Lo abbiamo fatto senza finzioni ed alla luce del sole dando forma ad un progetto completamente estraneo alle furbizie o alle convenienze del momento.

Abbiamo contribuito, con passione, alla ricomposizione della compagine sindacale, a partire dall'estate del 2012, per lanciare l'ennesimo appello alla ripresa dei tavoli negoziali e per coinvolgere il Governo, in funzione del ruolo di garanzia che le norme gli attribuiscono, nel tentativo di ottenere il rispetto delle leggi speciali che regolano il settore.

Dopo tutto ciò (e dopo essere stati "sfidati" pubblicamente più volte) nessuno potrà stupirsi, né tantomeno accusarci, se al principio di solidarietà che tipicamente fonda ed ispira il nostro modo di intendere il Sindacato e la Politica, nostro malgrado dovremo coniugare il concetto di giustizia.

Giustizia per i gestori e per una intera categoria ingiustamente punita e illegittimamente colpita.

A nessuno può essere consentito di fare strame delle regole, degli accordi sottoscritti liberamente e delle leggi vigenti, continuando ad offrire letture fantasiose di un mercato che non esiste nemmeno sulla carta, mentre i Gestori stanno letteralmente morendo.

Il principio di legalità va difeso e va, ad ogni costo, reintegrato, anche nell'interesse stesso dell'intero settore che, da comportamenti come questi e da coloro che se ne sono assunti la responsabilità, finiscono per subire colpi e contraccolpi mortiferi.

Giustizia e solidarietà sono, insieme, la nuova frontiera da conquistare e la bandiera che la Fegica intende impugnare insieme a chiunque ritenga ormai giunto il momento di uscire dalla lamentazione e dall’inerzia.


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