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LA LEZIONE DI SHELL

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conchiglia

di Roberto Di Vincenzo *

Quanto sta accadendo con Shell è un fatto grave e molto più che preoccupante.

E sarebbe sbagliato considerarlo un fulmine a ciel sereno o la conseguenza, spiacevole ma inevitabile, della crisi generalizzata di questi anni.

La crisi, semmai, coglie la distribuzione carburanti e più in generale il petrolio (ma discorso simile potrebbe essere fatto sull’energia) in una situazione di degrado tale da risultare ragionevolmente assai arduo recuperare.

Le responsabilità risiedono certamente nella latitanza cronica della politica, che dopo decenni di “occupazione militare” ha letteralmente abbandonato il campo, lasciando al loro destino ed alle scorrerie di grandi appetiti particolari interi settori strategici.

Ma ancor di più e a maggior ragione vanno ricercate nella incapacità -si potrebbe dire a buon diritto manageriale- dell’industria petrolifera operante in Italia di avere una “visione” complessiva del settore e dotarsi di politiche di prospettiva in funzione delle quali fare evolvere il sistema, se non riformarlo in modo organico.

La “lobby petrolifera”, al contrario, si è limitata a chiedere alla politica (molto spesso ottenendolo) una miriade di micro provvedimenti di basso profilo, utili solo a rispondere agli interessi particolari del momento, a consentire l’improvvisazione, il “mordi e fuggi”, a raschiare tutto il raschiabile.

Micro provvedimenti già vecchi e superati all’atto stesso del loro varo, ma immancabilmente presentati solennemente sotto la facciata presentabile di liberalizzazione, apertura del mercato, razionalizzazione, ristrutturazione, ammodernamento senza che nessuno abbia poi pagato per il loro invariabile fallimento.

In questo senso il “libro dei sogni” delineato confusamente e all’impronta con la SEN appare essere solo l’altra faccia di una stessa medaglia.

Il risultato è sotto gli occhi di ciascuno: prezzi dei carburanti alti, rete distributiva pletorica e vecchia, investimenti azzerati, raffinazione tecnologicamente superata e drammaticamente non competitiva, non solo verso India o Cina ma persino verso la Slovenia, da cui importiamo paradossalmente prodotto.

Cosicché l’annuncio di Shell di aver messo in vendita la sua rete distributiva è solo un tassello che viene dopo la decisione di Esso di “sperimentare” il cosiddetto “modello grossista” (di fatto, la vendita di pezzi di rete mantenendo l’esclusiva sulla fornitura dei carburanti per cinque anni), dopo la cessione di una parte di Saras ai russi della Rosneft e dopo la messa in mobilità o la cassa integrazione di centinaia di lavoratori del gruppo API e della Q8 Italia.

Intendiamoci: nessuna lacrima è più sprecata di quelle eventualmente versate per le compagnie petrolifere.

Non c’è bisogno di sottolineare che la perdita di marginalità del settore -pure in una certa misura reale- denunciata dalle divisioni operative che gestiscono la rete distributiva, non riesce nemmeno lontanamente a dissimulare e nascondere i profitti delle “corporate” messi al riparo da qualunque crisi grazie al cosiddetto upstream, alla ricerca, all’estrazione, al gas, oltreché grazie agli investimenti finanziari, alla fiscalità di vantaggio offerta da Paesi accondiscendenti come, per altro verso, alle “coperture” politiche nostrane.

Ma è proprio qui il punto: il soggetto più importante del settore -l’industria petrolifera- è largamente disinteressata al settore stesso che, come ricorda senza finzioni la Shell, non è più profittevole e che al massimo è destinatario di “investimenti reputazionali” una tantum, stile scontone estivo, come ritiene l’Eni di Scaroni.

Dopo aver preso tutto quel che poteva esser preso, l’industria si accinge -è questa la “lezione” che viene da Shell- a ritirarsi verso mercati più protetti e remunerativi, lasciando dietro di sé solo macerie e una drammatica incertezza nel futuro per oltre 300.000 lavoratori, a vario titolo attualmente occupati.

Un “lascito” che il nostro Paese non può permettersi di ereditare da quanti hanno finora gozzovigliato e ora vorrebbero persino lasciare impagato il conto.

Il Sindacato, soprattutto in assenza di una Politica responsabile, ha il dovere di assumere un ruolo di controllo e, ove serva, di contrasto per impedirlo.


* Commento richiesto da Conquiste del Lavoro, organo di stampa della Cisl, in seguito al comunicato stampa di Shell che annuncia la dismissione della rete distributiva


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