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LA VOGLIA DI GODERSI LO SPETTACOLO DEI CRISTIANI NELL’ARENA

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giraffe

di Alessandro Zavalloni

Ci risiamo.

La tentazione impellente di offrire ad un mondo ritenuto largamente distratto e inconsapevole, quale sia la (giusta) rotta per il Progresso, la Modernità e lo Sviluppo -in una parola, l’Evoluzione- riemerge periodicamente così forte da non poter essere contenuta da un minimo di riflessione più paziente ed attenta.

Capita, quindi, che la recente comunicazione congiunta delle Organizzazioni di categoria dei Gestori indirizzata al neo Ministro Zanonato solleciti incontenibile la riprovazione di attenti osservatori.

Secondo questi, infatti, nella comunicazione di Faib, Fegica e Figisc si nasconde -nemmeno tanto velatamente- “il desiderio di una Santa Alleanza per mantenere in piedi il vecchio sistema distributivo”, una “fuga in avanti” rispetto agli “alleati”, la voglia di “mantenere in vita le inefficienze”, la pretesa di tornare al “tempo in cui compagnie, retisti e gestori si potevano limitare a spartirsi una torta che era abbondante”, il tentativo di mettersi “al riparo dalla concorrenza”, il capriccio di non far “emergere i migliori” e di impedire che siano “esclusi i meno adatti”.

Un vero e articolato atto d’accusa. Una durissima requisitoria, si sarebbe potuto dire, se a pronunciare quelle parole fosse stato un “vecchio” sindacalista.

E tutto scatenato da una comunicazione con la quale i “sindacati dei benzinai”, nel richiedere alla politica una nuova e differente attenzione all’intero settore e l’assunzione di responsabilità per individuare finalmente un progetto di riforma credibile ed adeguato, si fanno promotrici di una iniziativa che intende coinvolgere tutti gli altri soggetti interessati -proprio tutti, se si avesse la voglia di leggere- per il raggiungimento di un obiettivo che viene vanamente (e solo a parole) rincorso da metà degli anni ottanta del secolo scorso: la “ristrutturazione della rete”.

Che a sollecitare la chiusura di migliaia di punti vendita siano proprio i sindacati ed i gestori (dopo che per anni si è voluto e lasciato colpevolmente credere il contrario), non è una notizia e non vale neanche una fugace citazione né un solo tratto di penna, troppo impegnati a “svelare il retroscena”, il “punto centrale della lettera dei gestori”: l’invereconda richiesta di una moratoria sull’apertura di nuovi impianti.

Chiunque abbia letto la comunicazione congiunta e seguito il concatenarsi dei recenti eventi che l’hanno anticipata, sa che il punto centrale non é la “moratoria”, ma la sollecitazione (l’ennesima, a dire il vero, probabilmente l’ultima) a tutto un settore in avanzato stato di disgregazione e distruzione, per trovare la forza e l’intelligenza di restituire una ipotesi di futuro e di sviluppo.

Questo, attraverso il coinvolgimento della politica che non può e non dovrebbe, nell’interesse collettivo e del Paese, continuare a limitarsi -come ha fatto nel recente passato- a mediocri e sbagliati interventi a beneficio di piccoli ed effimeri interessi di bottega, se non vuole che il settore gli scarichi addosso le macerie di una rete in disfacimento, di una raffinazione destinata all’archeologia industriale, di multinazionali in fuga, di pesantissime ristrutturazioni aziendali, di centinaia di migliaia di nuovi disoccupati e, in ultima analisi e più in generale, di un mercato energetico il cui controllo (o c’è qualcuno che ancora pensa seriamente che il mercato non abbia e non avrà un controllo e che si “autoregola” consentendo ai “migliori” di emergere?) sarà sempre più nelle mani di interessi -vecchi e nuovi- cui sempre meno importerà la “certezza del fabbisogno” o il “costo della bolletta”.

In tutto ciò, avviare il confronto sulla ristrutturazione della rete ha il significato di provare ad utilizzare un linguaggio comune, cominciando dal proporre un intervento propedeutico, necessario all’interesse generale e che tutti (retisti compresi) dicono di condividere.

Certo è che ricercare i difficili equilibri (anche finalizzati a non penalizzare i nuovi entranti) e gli strumenti adatti a governare la chiusura di migliaia di punti vendita, per poi ritrovarsi, come già avvenuto in passato, con una rete ancora più numerosa, sarebbe un esercizio inutile e appena un po’ idiota.

Ma questo non può sfuggire neanche ad un attento osservatore.

E allora il punto indigesto non è nella “moratoria” richiesta dai gestori -metodo che peraltro avrebbe illustri precedenti in Paesi comunitari liberali con il benestare delle Antitrust locali- ma, più probabilmente, nell’approccio stesso alla “ristrutturazione”, nella sua “purezza”.

Gli amanti dell’evoluzionismo darwiniano (che, sia chiaro, da scienziato ha “osservato” e non “proposto” o “fatto il tifo” per un metodo) applicato alla distribuzione carburanti, vedono in qualsiasi intervento regolatorio e di governo un attentato alla purezza della “dinamica virtuosa del mercato”, quella che lascia le carcasse delle giraffe a collo corto a frollare sul terreno.

Peccato, però, che non sia possibile attribuire ad una moratoria che non c’è e non c’è stata, la colpa di un mercato che fa, per riconoscimento unanime, molta fatica ad affermarsi, se è vero, come è vero, che persino l’effetto “gradito” dello scontone estivo in altri Paesi ad economia di mercato sarebbe stato comunque penalizzato come “attività predatoria” e quindi anticoncorrenziale.

Non c’è ne vogliano se ricordiamo che non avevano il “collo corto” le migliaia di imprese di gestione che hanno già abbandonato o che stanno per essere costrette a farlo, le quali non avranno alcun indennizzo senza un “piano di chiusure volontario”, visto che gli impianti per quanto inefficienti e a basso erogato sopravvivrebbero in self h24 o con qualcun’altro disposto a fare il “guardiano”.

Né si può -onestamente- affermare che abbiano il “collo lungo” quelli che si impongono oggi come grandi ed efficienti imprenditori (GDO e pompe bianche, la cui definizione evoca quel concetto di purezza che ritorna).

E’ il proprietario dell’albero, è il fornitore di foglie che posiziona (illegittimamente) il ramo a proprio piacimento, rendendolo impossibile da raggiungere alle une e favorendo la mangiatoia degli altri, determinandone quindi la vita e la morte: non certo il grado di efficienza, la capacità competitiva o l’incontro della domanda e dell’offerta.

Cosa che rende assolutamente comprensibile e nemmeno un poco singolare il fatto che un mercato i cui consumi sono in picchiata continui ad attirare nuovi operatori.

In un tale contesto senza regole (né di mercato, né di altra natura) perché nessuno si sente in obbligo di fare loro riferimento, un po’ tutti, compresi i retisti, hanno intuito che le loro fortune ed il proprio destino sono nelle mani di un altro soggetto, del suo arbitrio e dei suoi sbalzi di umore.

E’ per questo che per veri imprenditori e persino per i top manager di certe aziende -per quanto abituati a considerare con nobile distacco lo scorrimento del sangue (altrui) come un danno collaterale- non sembrerebbe avere senso tifare per una selezione darwiniana.

Il senso residuo lo possono continuare a rintracciare solo quelli che, comodamente seduti sugli spalti, aspettano di godersi lo spettacolo delle tigri che cacciano i cristiani nell’arena, meglio se con mani e piedi legati.


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