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L’INDIZIO CHE PORTA IN DOTE GILOTTI.

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gilotti

Il Presidente dell’Unione Petrolifera, Alessandro Gilotti, è stato audito, nella giornata di ieri, dai componenti la X commissione attività produttive della Camera, nell’ambito dell’”Indagine conoscitiva sulla strategia energetica nazionale”.

Una relazione, quella di Gilotti, dai toni assai preoccupati per lo stato del settore e dalla quale emergono degli allarmi che saranno ormai del tutto evidenti e noti per quanti nel settore operano, ma che continuano ad essere misconosciuti, sottovalutati o trattati con indifferenza nel Paese e dalla politica in particolare, se è vero come è vero che, contrariamente ad ogni evidenza, ancora oggi la “SEN considera il petrolio una fonte residuale per la copertura del futuro fabbisogno energetico italiano.”

Anche se in questa fluttuazione -sia detto senza polemica, ma per evitare di ripetere in futuro vecchi errori, sempre dietro l’angolo- la politica è stata aiutata da un lungo periodo di approcci prudenti e di “basso profilo” della medesima industria che, con l’intenzione di tenere al riparo dalla politica se stessa ed i propri affari in un momento di vacche grasse.

Così facendo l’industria petrolifera ha finito, al contrario, per tenere la politica al riparo dai problemi e dalle responsabilità che avrebbe dovuto assumere.

Una situazione che, ora che le vacche sono smunte, si ripropone in tutta la sua drammaticità.

Il nostro Paese, secondo la relazione di UP, la cui versione scritta e depositata agli atti parlamentari è qui integralmente consultabile, rischia seriamente di dover continuare ad assistere alla chiusura delle sue raffinerie, in aggiunta a quelle già dismesse. Anche quelle più efficienti.

Oltre all’evidente problema sociale ed occupazionale -che di questi tempi nessuno ha più il diritto (almeno non avrebbe) di sottovalutare o guardare sprezzantemente dall’alto di una visione aristocraticamente mercatista- oltre alla conseguente perdita di capacità di attrarre investimenti industriali e la presenza stessa di operatori internazionali, l’Italia deve cominciare a fare i conti con il pericolo per niente remoto di dover dipendere da altri Paesi, sotto il profilo energetico, non solo più per l’importazione del petrolio greggio, ma anche dei “prodotti finiti”, vale a dire di benzina e gasolio.

UP con ciò correttamente certifica -cosa che dovrebbe far cadere gli ultimi alibi anche per le ricadute sui comportamenti adottati sul mercato rete e soprattutto extrarete- che la crisi del comparto non è spiegabile, non solamente e ormai non più, con i cosiddetti “lunghi di raffinazione”.

Siamo di fronte, cioè, ad una crisi strutturale della quale non abbiamo ancora visto, con ogni probabilità, tutte le ricadute negative.

Per altro verso, volgendo lo sguardo più in basso nella filiera, l’analisi dell’associazione italiana degli industriali del petrolio si concentra sul risultato paradossale -e in tutta evidenza prova ulteriore dello stato confusionale della politica- di un gettito fiscale complessivo proveniente dalla vendita di carburanti in contrazione, nonostante i ripetuti aumenti di accise ed IVA.

Aumenti che, oltre a determinare l’unico profondo “stacco” dai prezzi del resto d’Europa, sono corresponsabili della picchiata dei consumi e quindi di ulteriori minori entrate per lo Stato.

In questo senso, la riduzione governata del numero dei punti vendita, al secolo la “ristrutturazione della rete”, deve definitivamente uscire dall’ambito intellettuale dei convegni e dei dibattiti su quello che si potrebbe o non si potrebbe fare sulla scorta di più o meno autorevoli “opinionisti”, concretizzandosi finalmente in atti tangibili o, meglio, per citare Unione, misure cogenti assunte nel “supremo” e indifferibile interesse generale.

Anche in questo caso, il “faro” posizionato dal Presidente Gilotti restituisce -c’è da credere consapevolmente- una più corretta dimensione ad elementi che, in altre epoche e fino a pochissimo tempo fa, sono stati strumentalmente amplificati per essere utilizzati, di volta in volta, per distogliere le attenzioni o per costituirsi alibi.

Siamo dunque al redde rationem ed è bene che tutti i soggetti interessati tornino a frequentare, con profitto, l’apologo di Menenio Agrippa per invertire la tendenza e uscire dall’attuale impasse.

Di fronte ai “numeri” snocciolati da UP, quelli sullo “stacco fiscale” ma, ancor peggio, quelli sulle perdite di volumi e di bilancio (in particolar modo della raffinazione), le vecchie litanie sul costo dei gestori, sui contratti ingessati, sull’automatizzazione mostrano tutta la loro debolezza relativa, sbiadiscono fino a scomparire letteralmente.

A noi, che pure difficilmente potremmo essere accusati di esserci risparmiati nel denunciare le responsabilità di cui -a nostro giudizio- l’industria petrolifera è portatrice nell’aver determinato il livello di drammaticità della crisi del nostro settore, sembra che la strada imboccata con questo passaggio parlamentare sia quella giusta. E non abbiamo alcuna riserva ad ammetterlo.

Pur se la distanza, in alcuni casi del tutto naturale, che separa le rispettive posizioni rimane ancora da colmare, ci sembra di distinguere le condizioni che debbono consentire all’intero settore di sentirsi richiamato a restituire a se stesso una prospettiva.

E a battersi perché questo sia riconosciuto del tutto legittimo.

E’ un “messaggio” che sollecitiamo da tempo, con insistenza, che crediamo di avere colto e che intendiamo ricevere e rilanciare.

Come ha sottolineato l’AD del leader del mercato, l’obiettivo è quello di riportare economicità al sistema.

Il settore ha, nel suo complesso, il diritto e persino il dovere di ottenere risultati remunerativi per la propria attività.

Senza di questo non ha senso fare impresa, essere industria, investire, dotarsi di politiche commerciali.

Il che, come è chiaro, non interessa solo gli attori che in questo settore operano, ma l’intero Paese.

E’ fondamentale che i primi a tornare ad esserne consapevoli siano, prima degli altri, gli attori stessi che nel settore operano.

Cosa che, ad oggi, non è affatto scontata.

Lungo la strada tracciata da Unione Petrolifera siamo convinti che sarà necessario ed ineludibile fare i conti con dinamiche che nel tempo si sono complicate e calcificate.

Ma per recuperare volumi, difendere gli asset industriali (dalle raffinerie, agli impianti stradali), ricostruire il giusto grado di rimuneratività e ritornare a condizioni di corretta competizione non è possibile continuare a sfuggire nodi come quello della questione extrarete.

Così come, è indispensabile strappare la funzione del prezzo alla gabbia dello sconto di cui da tempo é ostaggio.

Il prezzo deve tornare a rappresentare l’equilibro tra l’essere strumento (non l’unico) di competizione e di giusta remunerazione dell’attività svolta, del servizio reso, dell’investimento intrapreso.

E visto che, come Agatha Christie faceva dire ad Hercule Poirot, ci vogliono tre indizi per fare una prova, dopo le dichiarazioni di Scaroni e la relazione depositata alla Camera da Gilotti, continuiamo a ritenere che il senso di responsabilità, già in precedenza evocato, debba ispirare tutti quanti hanno un ruolo nella tormentata vicenda del rinnovo dell’Accordo per i gestori Eni.

Perché proprio da questa visione, sottratta ad una valutazione sul contingente, può venire quella spinta “politica” utile ad aggredire i fattori strutturali che hanno impantanato il settore.

E perché anche questo sospirato accordo venga pazientemente costruito, pur nelle difficoltà che nessuno può nascondere, per spingere nella medesima direzione.


UP - Relazione del Presidente Gilotti all'audizione del 5.3.2014 pressola X commissione della Camera.pdf


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