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IL DIRITTO ESIGIBILE

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ricostruzione

Cominciano a fiorire nell'ampio parco del nostro lungo Paese, fatto di mille giardini e circa 200 tra Corti d'Appello e Tribunali, le sentenze relative a quel sempre più allargato -e sempre più spesso giuridico/legale- contenzioso tra il mondo del Gestore e quello della Compagnia petrolifera.

Si tratta di un contenzioso -é bene ricordarlo- generato da una prassi generalizzata ed ormai annosa assunta a regola dalle compagnie che dapprima cautamente hanno cominciato ad agire tra le pieghe di regole -fossero norme, contratti o accordi- che fatalmente lasciano sempre spazi alle interpretazioni, poi sempre più manifestamente hanno preso a violare persino con ostentazione quelle stesse regole.

Il tutto in ossequio ad una teorizzazione che, ossessivamente presentata per anni come vincente e inevitabile, via via ha fatto proseliti trasversalmente in tutta l'industria, potendo contare sulla forza bruta.

Oltreché su una fiducia malamente riposta verso “patteggiamenti” e “impegni”, a volte del tutto impropri, ritenuti sufficienti a mettere ogni altro tipo di comportamento al riparo della verifica con la norma.

E’ pur vero che non molti, storicamente, hanno avuto la forza di resistere alla tentazione di ritenersi al di sopra delle regole quando, occupando protempore posizioni appunto di forza (e lautamente privilegiate), ad un certo punto si pongono il problema di come poterle migliorare o anche solo conservare.

Il risultato finale è, comunque, di una solarità accecante.

Il disprezzo di qualsiasi tipo di confronto; la ricerca compiaciuta dello strappo e della manifestazione di prepotenza; l'aggressione sistematica ad una intera categoria di lavoratori (che qualcun'altro, ai tempi, amava definire partners o anche stakeolders), mettendo nel mirino prima il suo "diritto" e poi, di conseguenza, la sua retribuzione; lo scempio continuo delle intese, poi dei contratti, poi delle norme, in un rilancio infinito lungo quel drammatico percorso mentale che solo i giocatori d'azzardo compulsivi possono davvero comprendere fino in fondo.

Tutto questo non ha portato al "nuovo mondo" promesso, all'inevitabile sviluppo del progresso, ma ha cacciato il settore in "una strana guerra" sotto le cui rovinose macerie tutto é stato seppellito, se si eccettuano le rendite di alcuni pretesi grandi imprenditori fruitori di "rifornimenti di favore", come direbbe il Direttore Carlevaro, e quelle, altrimenti chiamate, di alcuni (mini)top manager che hanno imposto "politiche aziendali che ora non sembrano più difendibili".

Così come non ha portato all'estirpazione dei gestori, della mala pianta del suo sindacato e del molesto ed indigesto esercizio del confronto, ma al generarsi ed al moltiplicarsi del contenzioso legale, in un settore dove, prima di oggi, il ricorso al giudice era solo un eventualità irreale più che remota.

Come molto bene sapeva chi, prima di oggi, avesse provato a fare ricerche giurisprudenziali.

Il fatto é che, quando si mette sul binario un treno come questo, il controllo della destinazione finale viene affidato alle mani di altri, di un giudizio terzo appunto.

Quando si costringe qualcuno -peggio se tanti e tutti insieme- a ricercare altrove l'esigibilità del suo diritto calpestato, il rischio non é solo quello di farsi dare torto nel merito della "domanda", ma anche quello di consentire ad un giudizio terzo di esercitarsi per trovare le più ampie motivazioni -persino ultronee, come potrebbe dire un dotto ufficio legale aziendale- a sostegno del torto dato.

E, in questo caso, non é per niente difficile, almeno non dovrebbe esserlo, comprendere chi ha più da perdere.

Capita così che, ad esempio, pur di non pagare i cali ai gestori -vale a dire, pur di non rimborsare al gestore il denaro già versato alla compagnia per un prodotto che non gli é neanche stato consegnato- si rischia di farsi santificare che la proprietà del prodotto non spoglia della responsabilità la compagnia fornitrice in esclusiva e proprietaria delle attrezzature (e magari già che ci si é si rischia anche di accendere un faro sulle quantità notevoli di denaro incassato a titolo di accisa dai gestori e non riversato all'erario).

Che, ad esempio, pur di mantenere il punto, addirittura in opposizione della cauta e sobria interpretazione governativa, su quale sia la natura normativa del titolo che "autorizza" o meno il Ministero ad esperire un tentativo di mediazione di una vertenza di cui si contesta strumentalmente persino il carattere "collettivo", si rischia di farsi santificare in sede istituzionale e quindi autorevolmente l'infondatezza della tesi che, per quanto debole e vaga, viene posta a fondamento della propria difesa in altri giudizi.

Che, ad esempio, pur di difendere come una "libertà commerciale" quella di uccidere l'impresa del gestore schiacciata sotto il peso dell'imposizione di prezzi fuori mercato pur di "convincerlo" ad aderire alle "proposte" aziendali, si rischia di farsi santificare non solo che la "libertà commerciale" è una gran bella cosa ma ha dei limiti nel rispetto delle altre leggi, ma anche di mettere apertamente in discussione "istituti" -esclusiva, determinazione del prezzo, competitività ed altro- alla cui strenua ed appassionata difesa sono stati dedicati fiumi di parole (anche e più spesso a sproposito), di persuasivo denaro e finanche interventi di ambasciatori di Stati esteri presso il Governo italiano.

Sono davvero solo esempi e -è bene che se ne abbia consapevolezza- siamo solo all'inizio.

Lasciate che mille fiori fioriscano, si sarebbe detto in altri tempi.

Comunque la si voglia pensare, coloro i quali hanno sostenuto la teoria della prassi del "dagli al gestore!" sono responsabili dei rossi in bilancio, del depauperamento degli assets industriali, dell'azzeramento della marginalità produttiva, della mancanza assoluta di prospettiva strategica, a parte quella di vendere tutto (ma a chi? e semmai rimettendoci quanto?) e ritirarsi altrove.

Ma essendo gli stessi che hanno dispensato a piene mani certezze incrollabili sull'interpretazione e sulla (non) applicabilità delle leggi, dopo quelle sugli accordi e sui contratti, sono responsabili pure dei costi che dovranno essere sopportati dal sistema.

In termini di assetto e di equilibri del settore oltreché pure dal punto di vista economico e del risarcimento del danno, che colpirà per anni anche retroattivamente (con ogni probabilità soprattutto) dopo che il gestore avrà abbandonato l'impianto.

Cosicché la "ghostizzazione" che già di per sé non appare certamente come una risposta adeguata sul piano commerciale per uscire dall’imbuto in cui ci é cacciati -semmai continua a rispondere alla logica del “salvare il salvabile” o, peggio, del “si salvi chi può”- tantomeno lo può essere per mettersi al riparo dalle malefatte compiute.

Anche perché, fatta come la si pretende di fare nel Paese del sole, più che quelli propri di una strategia la “ghostizzazione” de noantri conserva i soliti visti e rivisti contorni della “mandrakata”, di quelle furbate raffazzonate che nascono da “brillanti idee” uscite in riunioni in cui ci si da sempre ragione da soli e ci si trova entusiasti tutti d’accordo nel presentare il conto a qualcun altro.

Idee che poi, fatalmente, non reggono né al giudizio del mercato, né a quello del Giudice.

Neanche se dopo aver voluto dare pubblica dimostrazione della propria potenza attraverso la negazione plateale delle leggi ed aver persino sfidato con protervia gli interlocutori a ricorrere al Giudice, ora si assoldano chierici del diritto per tentare di cavillare la propria innocenza.

Tuttavia, se sotto quest’ultimo profilo il centro focale è l'esigibilità del diritto, allora gli ulteriori costi che questo settore si accinge a pagare sono ancora in larga misura evitabili, malgrado le apparenze.

Il diritto è esigibile, allorché venga non riconosciuto o contestato, quando extrema ratio interviene una sentenza del Giudice.

Ma lo è, in prima istanza, se viene semplicemente riconosciuto.

E’ ormai quasi un decennio che ci affanniamo nel dire che nessun grado di comunità sociale è in condizioni di reggere all’urto dell’egoismo e del disprezzo delle regole; che senza regole e senza il loro rispetto, presto o tardi, tutti perdono.

Anche quello che crede, a torto o a ragione, di essere (il più) forte.

Ed è ormai quasi un decennio che chiamiamo a raccolta il settore (Il Futuro Possibile – 24.11.2006; Workshop – 16.1.2008) perché le regole vengano riscritte ed adeguate, senza preclusioni (razionalizzazione della rete e contratti compresi); perché la riforma di cui già allora era evidente la necessità sia promossa dal settore stesso, “con l’apporto di tutti”.

Tutti appelli lasciati cadere nel vuoto, spesso interpretati come debolezza, anche grazie all’opera interessata di quanti si ergevano, allora aspiranti (mini)top manager, a guida dello sfascio che sarebbe stato di lì a poco.

Il punto, ora come allora, è lo stesso: fissare le regole.

Possibilmente nuove, più adeguate, poche, chiare, riconosciute e che contengano al proprio interno gli anticorpi per limitare e punire la loro trasgressione.

Il momento, nonostante le apparenze, è propizio.

Nuovi volti si sono affacciati nell’ultimo anno da posizioni chiave per il settore.

Anche a loro chiediamo niente di più di quanto non chiediamo a noi stessi ogni mattina.

Vale a dire di avere per un verso coraggio nello spezzare le proterve e fallimentari dinamiche passate e presenti e per l’altro ambizione nel far coincidere l’impronta del loro passaggio, che immaginiamo vogliano lasciare, con la spinta a quel processo di ricostruzione, di innovazione e di nuova prospettiva che vale la pena immaginare.

Noi non ci sottrarremo.


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