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MALEDETTI SIGNORI UFFICIALI, VENDITORI DI NOI CARNE UMANA

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soldati guerra mondiale

di Roberto Di Vincenzo

Questo è uno di quei momenti in cui bisogna avere il coraggio di dire, con chiarezza, come stanno le cose.

Non basta “acconciarsi” e far finta che ciò che accade intorno a noi possa scivolarci addosso senza lasciare traccia.

L’iniziativa assunta da eni con lo “scontone” è la sublimazione del malessere e del disimpegno che l’industria petrolifera ha manifestato nel corso di questi anni.

Ma anche del disinteresse delle Istituzioni, dei Sindacati e della Politica che, ciascuno a suo modo, hanno scelto di tenere un profilo bassissimo e hanno preferito concentrare la loro attenzione sull’effetto comunicazionale del “prezzo” -sempre sotto i riflettori dei media- piuttosto che interrogarsi sull’involuzione del settore come frutto anche e soprattutto della loro inerzia.

Il futuro è arrivato. Improvviso, dirompente, devastante.

Un futuro che ha messo il settore in ginocchio ed ha vanificato -attraverso la massiccia dose di milioni di euro di investimenti che il market leader ha trasferito dal commerciale alla comunicazione- le poche certezze che erano rimaste.

Vale per i Gestori, che sono stati gli ultimi a cedere, ma anche per le altre compagnie petrolifere che hanno abbassato la testa seguendolo nella sua “lucida follia”.

Con un solo tratto di penna eni ha cancellato persino la denuncia delle difficoltà industriali del comparto che i petrolieri andavano rappresentando ed i cui effetti -con la cassa integrazione di migliaia di operai e impiegati- si vedranno entro la fine dell’anno.

A leggere la relazione depositata al Senato della Repubblica in occasione dell’audizione in Commissione proprio di eni, c’era da mettersi le mani nei capelli: un settore al collasso con perdite superiori al miliardo di euro ed un mercato che non dava segno della pur piccola ripresa.

Sono passati meno di sette giorni ed è arrivato il contrordine.

In conferenza stampa l’amministratore delegato di eni annuncia che il settore sta benissimo: “non abbiamo mai guadagnato tanto ed abbiamo deciso, come fece Enrico Mattei (chissà cosa ne penserebbe l’ingegnere, ndr), di far ripartire l’Italia.”

Giù i prezzi di almeno 20 eurocent/litro. Vendite sotto costo. La quotazione platts, fino al minuto prima strenuamente difesa nella foga di trovare una giustificazione plausibile ai comportamenti industriali, spazzata via in una amen.

Peccato che nessuno abbia avuto la forza o il coraggio di ricordare che il 19 marzo 1960 l’Agip (non l’eni) diminuì il prezzo allora amministrato di 5 lire al litro, come reazione allo strapotere dell’industria petrolifera privata (soprattutto americana). Agip che all’epoca aveva una quota di mercato inferiore al 10%.

Impossibile pretendere di trovare alcuna analogia.

Ma se l’eni può dire (non far credere) di fare il suo mestiere -saltando a piedi pari tutti i fondamentali delle dottrine economiche- quale giustificazione hanno le altre compagnie che hanno deciso -tra lamentazioni, imprecazioni e minacce- di seguire quello scellerato esempio?

Perché delle due, l’una: o i prezzi conseguenza della “dittatura” del platts sono i migliori possibili ed allora nessuno è nelle condizioni di seguire l’azienda market leader oppure il platts è come la pirite aurifera, l’oro dei gonzi, ed allora il settore petrolifero ha preso in giro per decenni i cittadini italiani.

La logica vorrebbe che, nel primo caso, la voce dell’industria petrolifera altra (e dei retisti, altre vittime sacrificali) fosse risuonata chiara e soprattutto coerente -anche tra le difficoltà derivanti dalla situazione di sostanziale monopolio nel controllo della logistica- in presenza di comportamenti che azzerano margini e investimenti e lanciano ombre nere sul futuro, invece di piagnucolare nelle sagrestie per gli asset industriali e per i propri azionisti.

Nel secondo caso, invece, dovrebbe essere chiamata a rispondere, chiedendo scusa, ai cittadini italiani del perché pur potendolo fare non hanno ancora abbassato i prezzi su tutta la rete, tutti i giorni ed a tutte le ore.

Dalla Esso (fino a -31), all’eni (oltre -20), alla Q8 (fino a -25); dalla TotalErg (fino a -25 sulle gestioni dirette) alla IP (-16), tralasciando altre iniziative sul pricing assunte dalle altre (Superself h24 di Tamoil), è tutto un fiorire di iniziative che, ormai, hanno coperto, dal mercoledì sera al lunedì mattina, tutta la settimana.

L’informazione e la politica più distratta e arruffona si spella le mani nemmeno ponendosi il problema di essere stata finora presa per il bavero e senza porsi il problema, che presto sarà riversato addosso all’intera collettività, il costo sociale di svariate decine di migliaia lavoratori licenziati, espulsi e in cassa integrazione tra Gestori, loro addetti, operai delle raffinerie in chiusura (Cremona, Roma, Falconara, Gela, Venezia a singhiozzo, Livorno sulla lista nera, ecc.) e impiegati di sede e delle periferie occupati nel commerciale.

E c’è persino chi trova il fiato per fare dello spirito rallegrandosi con gli italiani che si mettono in fila davanti ai distributori come se fossimo in tempo di guerra.

Le Istituzioni avrebbero dovuto chiedere pubblicamente conto -se non hanno direttamente ispirato questa iniziativa per fuorviare dai morsi della crisi- ad una società direttamente controllata (il CdA di eni è nominato per i quattro quinti dal Tesoro) delle sue scelte in campo industriale ed occupazionale.

La Politica dovrebbe fare la Politica e non limitarsi ad attaccare qualche medaglietta sulla giacca.

Il Sindacato dovrebbe fare il Sindacato, pretendendo che il lavoro torni ad essere una priorità perché i cittadini, innanzitutto, sono lavoratori e pensionati, prima ancora che consumatori.

Con i 200 milioni che eni dice di avere investito nello scontone, ad esempio, la raffineria di Gela sarebbe rimasta aperta altri 3 anni, conservando l’occupazione anche agli operai dell’indotto.

Non si può pensare che tutto questo gravame sia affrontato dai Gestori che per quanto sforzi facciano o per quanto si organizzino, in un mercato protetto dall’immarcescibile esclusiva, finiscono per essere in balia delle compagnie che gli negano 2 millesimi al litro di incremento del margine (anzi ne tolgono 25) e poi spendono decine di milioni di euro in pubblicità e “relazioni istituzionali”, come dimostrano i bilanci.

Se non si ristabilirà l’equilibrio non ci sarà mai più la possibilità di considerare quello petrolifero un settore.

Ed i Gestori, come accadeva fino al 1969, torneranno ad essere mute appendici degli erogatori o, meglio, dei self service.

Occorre uno scatto di “tutti gli altri” per ripristinare un minimo di condizioni di convivenza.

Il Sindacato dei Gestori, nel suo complesso, sta provando, tra le solite mille difficoltà, ad assumere delle decisioni da sottoporre alla Categoria ed alle quali è indispensabile che i Gestori aderiscano massicciamente, senza se e senza ma. Almeno per il momento.

Se ciò non dovesse accadere, il gruppo dirigente dovrebbe giustamente interrogarsi sul livello di rappresentanza: un gruppo dirigente o rappresenta ed intercetta il “sentire comune” oppure non ha più motivo di rimanere al vertice dell’Organizzazione.

Ovviamente tale riflessione impegna solo chi l’ha fatta, perché l’obiettivo di un’Organizzazione, che ha l’ambizione di tutelare e rappresentare interessi, non può essere quello di sopravvivere a se stessa, malgrado tutto e a dispetto di tutti.

C’è una vecchia canzone della prima guerra mondiale (Gorizia) che si presta a differenti letture, considerate le diverse questioni qui poste.

I soldati, rivolgendosi agli ufficiali, cantavano più o meno così: “Maledetti signori ufficiali / che la guerra l’avete voluta / schernitori di carne venduta / questa guerra ci insegna a punir. / O vigliacchi che voi ve ne state / con le mogli sui letti di lana, / venditori di noi carne umana / e rovina della libertà”.


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