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LA SCOMPARSA DI PASQUALE DE VITA. IL RICORDO DI ROBERTO DI VINCENZO

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pasquale de vita

Parlare di un uomo come Pasquale De Vita é facile e lo si può fare in tanti modi.

Quello che é difficile è non cadere nella retorica.

Di De Vita conservo molti ricordi (e molti aneddoti) che si snodano lungo oltre 35 anni di lavoro nello stesso settore, sulle sponde opposte di quel fiume lungo il quale scorrono i destini degli uomini.

Ci siamo affrontati, tante volte, da fieri avversari ma sempre con rispetto, cercando di non prevaricare e di capire le ragioni dell'altro.

Spesso ci siamo riusciti, a volte meno. Ma sempre il giorno dopo riprendevamo a discutere senza che ombre velassero la nostra continua ricerca del "nuovo equilibrio".

Quindi meglio affidarsi a ricordi lontani, quelli che il tempo ha sfumato; quelli che sono sottratti alle passioni dei giorni nostri. Fra questi mi piace ripescarne uno particolare custodito nella memoria. Sempre vivo. Più vivo di altri.

Era il 1976 e si stava discutendo dei "nuovi contratti dei Gestori", come alcuni altri, argomento ricorrente nel settore.

Prima ci fu un tentativo di raggiungere un'intesa con l'Unione Petrolifera e, poi, in considerazione delle difficoltà di trovare un denominatore comune fra le molte compagnie petrolifere che operavano in Italia, l'Eni/Agip provò a condurre in proprio la trattativa.

L'AgipPetroli non esisteva ancora e De Vita -responsabile delle vendite- veniva a quegli incontri accompagnato da Bruno Sgorbini.

Nel Sindacato (allora autonomo), io ero un giovane alle prime armi animato, come accadeva in quegli anni, da una visione integralista e poco incline al compromesso.

Una visione che scontava, forse, una conoscenza superficiale delle dinamiche. Tutto il bene da una parte (i gestori) e tutto il male dall'altra (i petrolieri). Tanto per non sbagliare.

Le riunioni si tenevano al 19° piano del palazzo dell'Eni al laghetto dell’EUR, in una grande sala attigua all'ufficio che era stato di Mattei. Un ascensore velocissimo per quei tempi ti conduceva alla soglia di un bar interno cui attendeva lo stesso lavoratore immortalato dal film di Rosi.

La prima volta che venni inviato a partecipare mi fu presentato De Vita che, come se mi conoscesse da sempre, mi intrattenne quasi fossi stato un veterano delle lotte che avevano portato al varo della mitica Legge 1034 e dei margini regolati dal Cip.

Poi le riunioni e quel suo modo di ricominciare sempre da capo, come sfogliando un immaginario carciofo, fintatochè non avesse trovato il punto di equilibrio che si era prefisso.

Erano anni difficili ed il Sindacato dei Gestori era appena tollerato ma De Vita -seguendo anche negli anni successivi questa filosofia- ricordava sempre come sia più semplice -anche se più faticoso- trovare un accordo con le rappresentanze sindacali, piuttosto che disperdere le forze in diecimila contatti.

Nell'uomo quel che più colpiva era proprio la sua capacità di metterti a tuo agio e di "sdrammatizzare" anche le situazioni più intricate. Una qualità che l'ha accompagnato per tutta la sua lunga vita.

Da quei giorni è trascorso tanto tempo ma l'uomo non è cambiato: l'ultima volta che ci siamo visti, un paio di mesi fa' nel suo Ufficio dell'Aci, abbiamo ragionato del futuro e di come fosse necessario trovare le convergenze in un settore nel quale -piaccia o non piaccia- nessuno può fare a meno dell'altro.

Si tratta solo di trovare le giuste collocazioni per le reciproche aspirazioni: guai ad isolarsi!

Un uomo non domato dall'età e pieno di progetti e di aspettative per il futuro. Come se il tempo non avesse limiti. Come se il domani fosse a portata di mano. Con la forza che solo un sognatore è capace di mettere nelle sue riflessioni.

E invece il tempo riesce a spegnere anche i più generosi, i più "scanzonati sognatori", gli uomini dell'equilibrio e della ricerca costante del compromesso lasciando che sia solo la memoria a mantenerli presenti ed attuali.

Con De Vita si chiude davvero un ciclo della storia di questo settore: quella della costruzione del modello Italia, quello dell'epopea della crescita a tutti i costi e quello del ragionato riposizionamento.

Se una lezione -ma detestava che lo si assumesse come "maestro"- ci ha lasciato è quella di non mollare mai e di moltiplicare gli sforzi per trovare i compromessi possibili, per mantenere viva una speranza senza la quale non ci può essere alcun futuro.

E, De Vita, al futuro ci credeva con tutte le sue forze.

Poi le voci si attutiscono fino a scomparire e torna il silenzio.

Quel silenzio carico di significati, destinato a colmare ogni vuoto accanto a quella "còltrice" su cui sono destinate ad infrangersi vane parole e mortali vanità.


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