Mer18102017

Font Size

Screen

Profile

Layout

Direction

Cpanel
Back NOTIZIE EDITORIALI IL VERO FRENO ALLO SVILUPPO ED ALLA CONCORRENZA NEL SETTORE SI CHIAMA ANTITRUST

IL VERO FRENO ALLO SVILUPPO ED ALLA CONCORRENZA NEL SETTORE SI CHIAMA ANTITRUST

  • PDF
ostacolo

di Roberto Di Vincenzo

Nel nostro settore, strano a dirsi, quando si parla di Antitrust, invece di concorrenza, si evocano scenari di assoluta incertezza, se non, in alcuni casi, di timor panico.

Quando un soggetto intende assumere una iniziativa, raggiungere un accordo, decidere una politica commerciale non riesce a ritenere se il suo legittimo diritto all'autonomia imprenditoriale rientri nei confini delle norme che regolano concorrenza e mercato.

Deve necessariamente, cioè, sforzarsi di immaginare se quell’iniziativa, quell’accordo, quella politica commerciale possa essere ritenuta compatibile non solo con le norme ma soprattutto con l’“idea” che l’Antitrust ha di questo settore. Con lo scenario che l’Autorità ha deciso essere quello migliore, la giusta soluzione, cui “tutto” sembra dover tendere.

Un ruolo che, in Italia, ha assunto nei fatti, ma che semplicemente non gli compete istituzionalmente e che in nessuna altra parte del mondo (europeo ed axtra-europeo) viene interpretato in questo modo.

Eppure anche nel resto del mondo l'Antitrust esiste. Anche da più tempo.

E dire che proprio il nostro settore -certamente molto più che ogni altro- è stato al centro di tutte le attenzioni possibili: una miriade di indagini e istruttorie si sono ripetute dal 1996 ad oggi, oltre alle sistematiche segnalazioni a Governo e Parlamento.

Tuttavia i risultati ottenuti non sembrano minimamente giustificare tanta “attenzione”.

Non una multa pagata, non una condanna passata “in giudicato”.

Qualche misero “impegno”, servito più a sistemare qualche questione di chi li ha assunti quegli impegni, di quanto ne abbia beneficiato il rispetto elementare delle regole, prima ancora che il “mercato”, la “concorrenza” ed i consumatori.

Insomma, venti anni buttati alle ortiche.

I prezzi per la stragrande parte dei consumatori italiani continuano ad essere mediamente più alti che in molti altri Paesi d’Europa, la rete continua ad essere la più inefficiente, il mercato si è profondamente inaridito, gli investimenti si sono azzerati ed il servizio reso agli automobilisti, sia in termini di varietà che di qualità, è persino peggiorato.

Di contro si è assistito, nella più completa inerzia, alla nascita di un'aristocrazia della distribuzione fondata sul principio dell'azzeramento dei diritti dei Gestori, nella convinzione che ciò fosse benevolmente accolto proprio perché andava nel “verso giusto”, nella direzione indicata per approdare alla struttura di mercato pre-vista.

Una struttura di mercato che impone il ricambio, la sostituzione di un soggetto -i Gestori- con un altro -i “no logo”- che però non potrebbe essere raggiunto “naturalmente”, vale a dire come conseguenza del naturale dispiegarsi della concorrenza, attraverso quel differente grado di efficienza che favorisce il soggetto in grado di meglio interpretare il mercato stesso.

Se infatti le compagnie petrolifere non trovassero “utile” trasferire tutti gli oneri sulla “rete a marchio” -ormai trattata in modo del tutto illogico come residuale- gli impianti “no logo” non potrebbero essere mantenuti a questi livelli.

Ed è proprio per tali ragioni allora che quel ricambio, quella sostituzione viene indotta e forzata -anche grazie al vincolo che obbliga i Gestori ad acquistare in esclusiva- attraverso l'acquiescenza a politiche di pricing discriminatorie che, contro ogni ragionevolezza, ma anche ogni Regola, favoriscono sfacciatamente il secondo ai danni del primo, violentemente ridotto a fare da guardiano all’impianto su cui, a Leggi rispettate e a parità di condizioni, continuerebbe a condurrebbe una attività pienamente competitiva.

Già, Regole & Leggi.

Quelle in nome delle quali Tribunali sparsi in tutta Italia stanno pesantemente censurando i comportamenti posti in essere proprio contro i Gestori.

Le medesime in nome delle quali quegli stessi Tribunali ricordano che sarebbe potuta, o meglio dovuta, intervenire la stessa Antitrust.

“Il comma 3 bis dell’art. 9 Legge n.192/1998 … ha previsto l’intervento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, al fine di procedere a diffide e sanzioni in caso di rilevata sussistenza di casi di abuso di dipendenza economica”.

Parole scritte sulla pietra anche (ma non solo) della ormai famosa sentenza di Massa e che suonano come un atto d’accusa esplicito e diretto.

Mai, in tutti questi anni, in nessuna delle decine di segnalazioni ricevute, l’Antitrust ha trovato gli estremi e le ragioni per intervenire, per diffidare e sanzionare quei comportamenti che adesso vengono condannati senza tentennamenti dal “giudice naturale” al quale, infine, i gestori sono stati costretti a rivolgersi per ottenere condizioni che facciano rispettare la concorrenza ed il mercato.

E' uno strano modo di intendere il mercato e la concorrenza, almeno nel nostro settore, quello dell'Antitrust.

Un modo che la spinge a "censurare", invece che vigilare sul suo rispetto, la legge che obbliga, nell’interesse diretto dei consumatori, a garantire ai Gestori condizioni di prezzo eque e non discriminatorie per competere nel mercato.

Ma che, per altro verso, nessun intervento le riesce ad ispirare riguardo i comportamenti che sottintendono i meccanismi di permuta o che si nascondono dietro alle quotazioni internazionali dei prodotti come il platt's, su cui l'ennesima indagine è finita con un nulla di fatto dopo circa 18 mesi.

Un modo che l’ha spinta ad imporre, persino ad un fin troppo acquiescente Ministero, l’opacità del prezzo, dietro la quale le compagnie petrolifere, prima fra queste l’Eni, hanno costruito l’innalzamento del loro listino medio ed i comportamenti discriminatori oggi al vaglio dei Giudici.

Ma che, per altro verso, non è riuscito ad ispirare alcun intervento per quelle politiche che, altrove, in un mercato libero e concorrenziale, sarebbero state giudicate essere condotte predatorie o che in altra epoca la stessa Autorità avrebbe sanzionato almeno come pubblicità ingannevoli.

Un modo che consente, alla medesima Autorità, di pronunciarsi con estrema disinvoltura prima contro e poi, dopo qualche settimana, a favore della sfacciata legislazione anticoncorrenziale sui tabacchi, folgorata infine dalla tesi che “fumare fa male” (mentre il CO2 farebbe bene).

Un modo di intendere la concorrenza ed il mercato che tuttavia le consente di insistere nel “fare opinione” con ogni mezzo, da ultimo, contro la contrattazione collettiva solo (per ora) nel nostro settore, nonostante le numerose e reiterate Leggi dello Stato e l’esplicita volontà del legislatore -ormai acclarata pure dalla giurisprudenza- diretta a salvaguardare un minimo di autonomia del gestore dall’invadenza delle compagnie -che controllano ogni livello della filiera- e, con quell’autonomia, l’interesse collettivo e dei consumatori.

Con questi presupposti non è difficile capire perché questo settore non riesca a produrre anche solo il più elementare dei passi avanti necessari ad invertire il disastro attuale.

Persino su quel processo di ristrutturazione che, lontano dal costituire la Soluzione, rappresenta in ogni caso una necessità; anche su quell’indispensabile progetto per ridurre rapidamente e con certezza il numero di punti vendita di una rete definita da tutti pletorica e iperdimensionata; pure su questo, il settore deve scontare le preventive amorevoli cure dell’Antitrust che non hanno altro effetto -oltreché evidentemente l'obiettivo perseguito- che rinfocolare i timori e frenare qualsiasi iniziativa possa contribuire a condurre il settore fuori dall’immobilismo e soprattutto rischiare di spingerlo lontano dall’approdo designato.

Dal 1978 in avanti, ogni volta che si prova a razionalizzare la rete viene fuori qualcuno che impedisce il compimento dell'impresa o che riesce ad utilizzarne l’annuncio, partorendo il solito topolino.

Il “centro” di un progetto che ha l’ambizione di essere definito “serio” non può essere costituito dal carattere volontaristico o dall’ennesimo, inutile tentativo di chiudere domani quel che non si è stati capaci di chiudere fino a ieri (gli “incompatibili”) o anche dall’incentivo per indennizzare cervellotiche bonifiche.

Il settore deve finalmente potersi confrontare apertamente su un progetto di più ampio respiro, individuandone forme, tempi e modalità.

Anche perché è assolutamente imperativo evitare di assumere iniziative monche che costringerebbero inevitabilmente a rimettere la mani in una situazione nel frattempo persino peggiore a distanza di pochi anni, se non di pochi mesi, come è già avvenuto in passato.

E la politica, senza più cercare alibi anche nell’Antitrust per giustificare le proprie lavate di mani, deve finalmente rialzare la testa, assumendo nuovamente il ruolo di accompagnare questo processo di riforma, assicurandone la compatibilità con l’interesse collettivo e disegnando nuove regole del gioco eque e valide per tutti, all’interno delle quali lasciare che la competizione produca i suoi effetti.

La ristrutturazione, le nuove tipologie contrattuali, così come il conseguimento di condizioni più concorrenziali, prezzi diffusamente contenuti che, soddisfacendo entrambe le sue basilari funzioni -la competizione certo, ma anche la remunerazione dell’attività produttiva svolta- siano capaci di recuperare i presupposti per una fase di ripresa e di nuovi investimenti. Solo questo può dare vita ad un progetto per il rilancio del settore.

Sono, in altre parole, tutti elementi che passano inevitabilmente attraverso la cruna dell'ago dell’apertura di una stagione caratterizzata dal confronto e dalla negoziazione delle condizioni di un futuro comune.

Abbandonando quegli strumenti -strappi, prevaricazioni e violente conflittualità- che hanno prodotto i risultati disastrosi di cui tutti ora si lamentano.

Ciascuno è chiamato a fare la sua parte, seppure a malincuore.

"Quale medicina sa' troppo d'amaro al moribondo?" ricordava Brecht.


Articoli correlati:
Articoli più recenti:
Articoli meno recenti:

50 euro

50 europistola 153x145
Li dai al benzinaio. Ma a chi gonfiano le tasche?

Platts

plattssp 153x145
Cosa si nasconde dietro la quotazione internazionale

Mercato

catenefarfalla 153x145
Tante liberalizzazioni nessuna liberalizzazione

Selfizzazione

self1
Mettono il self service e lo chiamano progresso

Pompe bianche

pompa bianca 153x145
Il segreto? Comprano in extrarete e senza esclusiva