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IL SETTORE TRA IMMOBILISMO E RIFORMA, TRA SFASCIO E RICOSTRUZIONE, TRA FURBIZIE E RESPONSABILITA’. E’ TEMPO DI SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE.

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equilibrio

di Roberto Di Vincenzo

Che la situazione del nostro settore sia disastrosa è affermare l'ovvio.

Per dare corpo ai tanti fantasmi che circolano è sufficiente mettere in fila, di seguito, una serie di elementi di fatto che, esaminati separatamente, potrebbero apparire in una certa misura sostenibili, ma che, sommati fra loro, danno la cifra della tragedia in divenire.

Proviamo a sintetizzarli.

  • Lo stato di degrado assoluto in cui viene lasciata marcire la rete distributiva costituita da impianti in larga parte privi di servizi e persino di strutture dignitose. Impianti, sempre più spesso abbandonati nelle mani di "compagnie di ventura", la cui genesi risale alla “campagna di dimagrimento” che, a folate successive, portò la rete Agip/Eni da 11 a 4.000 impianti all’inizio degli anni 2000 ed il cui “successo” è tutto nella somma teorica rappresentata dalla follia collettiva dell’extrarete e dalla letale politica, prima teorizzata e poi imposta, attraverso la quale si è inteso tesa a colpire ogni sistema di regole. E, con esse, la stessa struttura del mercato.
  • La ridondanza di un sistema di raffinazione che non riesce a trovare un suo nuovo equilibrio nel compromesso fra una struttura di mercato e la necessità di garantire al settore in particolare ed all’intero Paese più in generale, soprattutto guardando come è doveroso alla prospettiva, il necessario livello di approvvigionamento, mettendolo al riparo dalle bizze -non solo dei prezzi- di mercati niente affatto stabili ai quali saremo costretti a rivolgersi senza una rapida inversione di tendenza.
  • Il calo significativo degli investimenti delle major petrolifere attratte dai mercati del far east, tentate dal disimpegno e comunque sempre più restie a continuare a svolgere il proprio ruolo in un down stream devastato da un mercato senza regole e in balia della prossima improvvisazione dei “furbetti dell'impiantino" di turno che continuano a giocare a sfasciare, badando al proprio personale ed esclusivo vantaggio immediato.
  • I bilanci aziendali -quelli delle divisioni commerciali- in rosso ormai da almeno un quinquennio a causa certamente della situazione generale dell'economia e dell'aumento improduttivo e controproducente del gravame fiscale, ma anche e soprattutto delle scelte commerciali effettuate rivelatesi drammaticamente fallimentari alla prova dei fatti.
  • Le sofferenze -oltre il limite dell'umiliazione professionale e sempre sul punto di sfociare in drammi personali irrecuperabili- di un'intera Categoria, quella dei Gestori, che combatte con uno stato di indebitamento complessivo verso il sistema industriale e bancario di alcune centinaia di milioni, colpita con sistemi che ora sappiamo essere illegali da una classe dirigente petrolifera che non ha voluto e saputo fare altro. Anche contro l’interesse delle proprie stesse aziende.
  • La sostanziale latitanza del Governo (di questo come di quelli che lo hanno preceduto) che, a parte quando viene momentaneamente tirato per i capelli o quando c’è da incassare sul piano della comunicazione per interventi meno che inutili, preferisce guardare altrove di fronte a tanto sfascio. Finanche evitando di mettere le mani nella “crisi" di un settore strategico per il Paese ed assumere una decisa iniziativa per dare impulso ai diversi provvedimenti -a cominciare da un SERIO E INDIFFERIBILE progetto di razionalizzazione di tutti i settori del comparto. A cominciare della quello della rete distributiva che, ad oggi, solo i gestori hanno avuto la forza di immaginare e rendere pubblico. In questo segmento sono occupati direttamente o indirettamente, oltre 200.000 lavoratori: una questione che almeno la Politica non può eludere.
  • L’ostacolo inopinatamente opposto dall'AGCM a qualsiasi riassetto del settore che non sia unicamente quello che è stato pensato nei propri uffici, sul cui altare possono essere sacrificati oltreché un intero sistema industriale e decine di migliaia di lavoratori anche i principi stessi di mercato e concorrenza, della cui difesa, nell’interesse collettivo e di ciascun singolo cittadino, senza distinzioni, dovrebbe istituzionalmente occuparsi. Una posizione di arroccamento incomprensibile sopratutto se ispirata esclusivamente ad una "conservazione" della forma a danno della sostanza. Nonostante quello che accade nel Paese ed intorno a noi tutti i giorni.

Malgrado tutti gli indicatori dicano il contrario, noi siamo convinti che, pur in tale contesto degradato ci sia molto da poter fare. Ne siamo certi!

Progettare e favorire la concreta realizzazione, da una parte, di un sistema di raffinazione consortile (già praticato in tutto il mondo) e, dall’altra, di un piano di razionalizzazione della rete distributiva che riduca con certezza il numero di punti vendita di 6/8.000 unità, chiudendo gli impianti a più basso erogato e privi di servizi, limitando entro un certo numero definito e ad alcune categorie di operatori -nuovi “entranti”- le nuove possibili aperture, per evitare di vanificare, come già avvenuto in passato, lo sforzo di ristrutturazione prodotto dal sistema.

Sono questi i primi elementi essenziali attraverso i quali creare le condizioni per l’ancora del tutto possibile rilancio del settore e, con esso, degli investimenti, della loro remunerazione e dell'occupazione.

Certo, per fare questo presto e bene occorre anche che la Politica faccia finalmente Politica e che l’industria torni a fare l’industria. A cominciare dal leader del mercato.

Il settore è quello che è per l'ignavia di un'industria petrolifera che, da anni, invece di lavorare a provvedimenti di ampio respiro e di prospettiva si è ridotta a “scambiare” qualche "normetta" utile solo a “regolare i conti” con i Gestori. Questa mentalità così vecchia e consunta ha fatto il suo tempo, come gli eventi si sono incaricati di dimostrare.

Anche di questa "follia", che ha genesi e responsabilità individuali precise (ma che sarebbe superfluo indagare), oggi ciascuno è chiamato a pagare le conseguenze: in termini di produttività e rimuneratività delle attività, così come in termini di riduzioni di personale, di contratti di solidarietà, di cassa integrazione, di mobilità per i lavoratori e, per quanto riguarda i Gestori, di abbandoni e fallimenti.

E’ davvero sufficiente ridurre il margine del Gestore o anche la sua eliminazione fisica a beneficio di una automazione spinta per compensare una simile mole di danno prodotto?

E' una domanda che, per non scadere nel ridicolo, lasciamo volutamente senza risposta.

Quel che conta è che chiunque abbia intenzione e volontà di concorrere ad invertire l’attuale tendenza può fare ed ha molto da fare. Senza alibi.

Bisogna evitare accuratamente di ripetere gli errori del passato.

Bisogna chiudere invece che vendere per poi lagnarsi dell'aumento dell'inefficienza del sistema.

Bisogna costruire un sistema di regole e ricostituire una cultura tesa al suo rispetto invece che demolirne ogni valore e contenuto.

E poi è necessario dare corpo e concretezza ad un progetto che faccia sintesi dei contributi positivi che sono presenti, malgrado tutto, nel nostro settore per ricostruire un futuro possibile.

Un progetto da mettere a disposizione di Governo e Parlamento dimostrando con ciò che il nostro settore non é solo capace di alimentare conflitti ma anche di trovare soluzioni. Per se stesso e per il Paese.

Vanno respinti in un angolo quei furbacchioni che dopo essersi resi responsabili dello sfascio, ora vorrebbero pure incassarne i dividendi, soffiando sul fuoco del tanto peggio, tanto meglio.

La Fegica ovviamente ci sarà, così come ha già dimostrato ampiamente di esserci in passato. Magari con qualche ruvidità, ma sempre lealmente.

E crediamo di poter dire che, su questa stessa lunghezza d'onda -nel rispetto delle autonomie di ciascuno- possano essere considerati anche i colleghi di Faib e Figisc.

L’impresa è ardua, ma non è più tempo per tentennamenti o per celare la propria inerzia dietro la responsabilità -vera o presunta- di altri.

Si tratta di una sfida lanciata dal semplice divenire degli avvenimenti a cui ciascuno è stato iscritto d’ufficio: deve solo scegliere da che parte stare.

E di quale responsabilità intende assumere.


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