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DALLA LOGICA IL SOCCORSO PER UN SETTORE SENZA PIU' IDENTITA' E IN PREDA AI FANTASMI DELL'IMPROVVISAZIONE

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logica

di Roberto Di Vincenzo

La logica è lo studio del ragionamento, è il metodo dell'analisi e dell'argomentazione eseguita non (solo) per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso (bello/brutto) ma per approfondire, con un sistema di indagine, i dubbi e ricercare soluzioni che possano aiutarci a superare ogni riserva ed affrontare risolutivamente le domanda che via, via, ci poniamo nel corso della nostra vita e delle nostre attività.

Poiché il ragionamento altro non è che un processo di conoscenza che, utilizzando la logica, porta ad una conclusione, è necessario, ai fini di un "compimento" (risposta), "indagare" il contesto che ci circonda per finalizzare il processo.

Ciò detto, proviamo a fare, deduttivamente, qualche passo in avanti ragionando sui problemi che affliggono ormai da molti anni il nostro settore.

Partiamo dall'assunzione teorica che il nostro è un settore che nel corso degli anni non ha saputo mantenere inalterato il "ruolo guida", di traino dell'economia che l'ha contraddistinto per decenni.

Al contrario, ha lasciato spazio a famelici avvoltoi che, incuranti del futuro, ne stanno lentamente spolpando la carcassa. Con danni all'intero sistema Paese che potranno essere valutati solo in sede storica, quando non sarà più possibile riavvolgere il nastro del tempo. Fare altre scelte.

Per evitare confusioni, però, per mantenere un approccio rigorosamente analitico, prima di ogni altra considerazione non possiamo non precisare che il "settore" è un insieme composto da anime ed interessi diversi e contrapposti: la loro composizione complementare diventa possibile solamente nel solco del ragionamento logico e dell'indagine conoscitiva senza riserve mentali. Quella che va ricercata è la capacità (e la volontà) critica di esaminare il contesto. Senza scorciatoie e senza infingimenti.

In altre parole, occorre il superamento di ogni visione parziale (di parte) per ricomporre il quadro di riferimento che gli egoismi hanno drasticamente rimodellato peggiorandoli e trasformare le singole specificità in quelle micro tessere di un mosaico complesso che, dopo essere stato scomposto, ora deve cercare di riprodurre la compiutezza armonica da cui ha preso le mosse per poter avere un senso compiuto. Per essere intelligibile.

In questo quadro è utile che cominciamo preliminarmente a riprendere consapevolezza che quello dell'energia è un settore strategico e vitale per la vita del Paese e per la competitività della sua economia: un settore che negli ultimi anni, per non saper intervenire nei processi decisionali e privo di di una sua prospettiva, ha finito di inaridirsi riducendosi a partecipare alla commedia dell'inutile dibattito sui prezzi, come se qualche decimillesimo di euro sul prezzo al pubblico fosse il cuore di ogni politica o potesse rappresentare l'inizio e la fine di ogni strategia. Una scelta scellerata che ha avuto come effetto quello di far incancrenire i problemi strutturali che si sono inesorabilmente ingigantiti.

In questo contesto sono maturate le condizioni che hanno consentito di imporre dall’esterno sovrastrutture bizantine per controllare dirigisticamente un “processo preconizzato”, mentre paradossalmente si invocava la “liberalizzazione”, e mettere le briglie al prezzo al pubblico: sovrastrutture che sono servite solo a giustificare se stesse e hanno distolto tutti -a cominciare dalla Politica- dai temi centrali per lo sviluppo e la ripresa del Paese.

E, così, mentre il sistema produttivo era in sofferenza (e non solo per la straordinaria congiuntura) e in Europa (non solo in Italia) si perdevano capacità, consumi e migliaia di posti di lavoro, ci si è baloccati con il tema dei prezzi facendo nascere delle baronìe nuove di zecca solo per dare l'impressione che il mercato esistesse davvero. In realtà il settore ha continuato a soffrire, a tagliare ed a trasferire ricchezza dalla produzione alla rendita, dimostrando ancora una volta che dietro il "nuovismo di facciata" continuano a sopravvivere politiche vecchie di almeno sei secoli.

Così sono stati incoronati “nuovi eroi” - spesso vecchi rentiers, appena imbellettati per l'occasione - a cui si è riservata la possibilità di addentare i cascami di un settore incapace di riprendersi dal torpore e dalla comoda ignavia.

I nuovi "Baroni" sono stati beneficati dalla politica (e dall'Antitrust) di una vera e propria legislazione di vantaggio senza alcun merito. Senza produrre alcun valore aggiunto, senza alcun progetto industriale che non fosse il proprio privato e immediato tornaconto.

E così, lungo il percorso tracciato a tavolino, è stata stretta e marginalizzata l’industria petrolifera per ottenere prezzi competitivi (ma rispetto a che?) e assicurare quella libertà di stabilimento che solo accademici di risulta, giornalisti superficiali e pletore di politici inconsapevoli possono aver considerato come una conquista "collettiva", un "interesse generale".

Quel che è peggio, pure dall’interno dello stesso settore e nell’industria petrolifera si è plaudito entusiasticamente alla “nuova era”, qualcuno pensando – de minimis – di poter con l'occasione saldare il conto con i gestori di cui intanto si chiedeva la testa, mentre li si derubava della loro legittima remunerazione.

Visione del tutto miope, in forza della quale, ossessionata dai “lunghi di mercato” e priva di una visione di prospettiva, la stessa industria petrolifera italiana collezionava bilanci in "rosso fisso", azzerando marginalità ed investimenti, per rincorrere quei “competitor aggressivi” che essa stessa aveva il più delle volte creato e sempre alimentato con condizioni di approvvigionamento inaudite e contro ogni regola di mercato.

Questo sistema al "fallimento" può essere definito mercato competitivo e concorrenziale solo dall'Antitrust italiana (da altre parti in Europa e nel Mondo, l'approccio è radicalmente diverso) che se avesse speso la metà delle risorse impiegate nel nostro settore nei confronti di altri soggetti (dall'Alitalia alle Banche per carte di credito, dalla liberalizzazione dei tabacchi che ancora mantengono vincoli territoriali e di natalità, ai farmaci, alla bolletta elettrica, alle concessioni autostradali e via enumerando), vivremmo oggi in un altro Paese. Più giusto e, forse, migliore.

Dovrebbe apparire almeno strano, dovrebbe almeno stupire che in questo contesto, l'unica voce che ha continuato ad indicare i mali e le possibili terapie per uscire da questo cul de sac sia stata quella delle Organizzazioni dei Gestori. Con i loro limiti, le loro contraddizioni e, a volte, anche con scarsa lucidità, è vero, ma sono state le uniche voci fuori dal coro. A loro non spetta, nella visione imperante, il compito di fare la proposta ma solo quello di opporsi a priori. O, almeno, è così nella vulgata.

Ma se vogliamo tenere fede all'incipit, dobbiamo riprendere i fili del ragionamento logico e proporre qualche soluzione. Non a favore di questo o quel segmento (eppure sarebbe del tutto legittimo che ponessimo il problema in termini corporativi per i soli Gestori), ma dell'intero settore convinti che la logica porta il ragionamento in quella direzione e non verso un utilitarismo "servo".

Non si può liquidare un ragionamento complesso con la locuzione "primum vivere, deinde philosophari", perchè il vivere e il pensare, il ragionare e fare filosofia sono strettamente connessi fra loro. Il risultato è un unicum che non si avrebbe se si utilizzassero altre categorie di analisi.

Ecco perchè noi riteniamo che sia essenziale rilanciare il settore senza tenere più segregata la "rete colorata" che deve tornare ad essere considerata il "valore aggiunto" per i consumatori e per la cittadinanza tutta. Per la sua presenza capillare nel territorio, per i servizi, per la garanzia sulla qualità dei prodotti, per la capacità e l'interesse all'innovazione, per l'integrazione e quindi il pieno controllo della legalità del ciclo.

Per questo sosteniamo che sia necessario che il "prezzo rete" (al cui interno alloggiano correttamente valorizzazioni di bilancio consistenti) diventi, con i dovuti aggiustamenti, il benchmark di riferimento, sostituendo quel valore fantomatico, virtuale e inafferrabile che va sotto la definizione di “platt's”.

Non è impossibile.

E’ però necessario che l'industria petrolifera torni a scommettere sul futuro e a riappropriarsi della sua congeniale visione strategica necessaria ad invertire la tendenza.

Sarebbe, oltre al resto, un’operazione salutare anche per il mercato.

Chi vuole cogliere le opportunità che offre misurarsi con l'importazione e mostrare, nei fatti, la sua imprenditorialità, ha tutte le opportunità per farlo: pretendere, al contrario, di continuare ad avere riservato il miglior prezzo per un prodotto portato direttamente a casa, senza neppure un "mal di testa", sarebbe chiedere davvero troppo.

Se volessimo salire di livello con il ragionamento non potremmo che partire dalla constatazione che i problemi strutturali da anni sono gli stessi. Alla perdita di identità complessiva si è aggiunta una fragilità della proposta commerciale tutta incentrata sul "pricing" come se questo avesse la capacità di sostituire un consolidato cammino fatto di servizio, modernizzazione ed investimenti.

Alla sostituzione dei Gestori con le "macchinette" ed alla rincorsa degli "scontoni", ha fatto riscontro solo una perdita di appeal delle reti colorate, oltreché di bilancio.

Una realtà ormai pacificamente riconosciuta, se è vero che adesso c'è una proficua riscoperta del servito da parte anche di chi per anni ha prima teorizzato e poi tentato di assassinarlo.

C'è, poi, il tema della legalità che, sempre più spesso, viene invocata. Il rischio è che tale problema, importante e vitale per la sopravvivenza stessa di un mercato che possa ritenersi competitivo -al di là delle affermazioni di maniera- si trasformi, secondo un uso disinvolto della comunicazione, in uno slogan fine a se stesso.

E invece il problema va affrontato alla radice e con coraggio.

Quando alcuni mesi fa’ denunciammo, facendo nomi e cognomi, agli organismi pubblici preposti ai controlli ed alla sorveglianza – per primi e da soli - la vendita dei prodotti abbondantemente sotto al Platt's, siamo stati lasciati nel silenzio e liquidati come visionari.

Oggi il tema si è imposto all'attualità a colpi quotidiani di “notizie di nera”. Ma per risolverlo non basta agitare le bandierine e fare affermazioni di principio.

E’ lo stesso Ministero dello sviluppo economico che possiede, attraverso i dati raccolti dall'Osservatorio Prezzi, tutti gli elementi per verificare quando i prezzi praticati al pubblico da determinati punti vendita siano oggettivamente “sospetti” in relazioni alle stesse quotazioni internazionali dei prodotti.

Potendo, di conseguenza, attivare un processo di segnalazione del fenomeno alla Guardia di Finanza ed all'Agenzia delle Dogane per i dovuti controlli: in fondo ci sono in ballo alcuni miliardi fra Accisa ed Iva che potrebbero utilmente tornare nelle casse dell'Erario.

Si tratterebbe, oltre tutto, di un modo più concreto e coerente di dare dignità alla normativa che obbliga – unico settore commerciale – a comunicare i prezzi su un portale ministeriale, riuscendo se non altro a ridimensionare rapidamente rapidamente un fenomeno, altrimenti destinato a produrre metastasi gravissime e ormai alla vigilia di divenire irreversibili.

Tornando agli aspetti di carattere generale, appare sempre più essenziale riportare al centro del confronto temi quali la raffinazione consortile, la razionalizzazione della rete senza sconti ai lobbisti di turno (sopratutto GDO), la gestione dei servizi sul territorio, la programmazione delle fonti di approvvigionamento, un vero piano energetico nazionale (con annesso il superamento di una Sen incentrata solo sul metano considerando che i combustibili fossili, almeno fino al 2050 saranno indispensabili), la scelta di quale atteggiamento avere sui prodotti da scisti, sul carbone, sul GTL.

Ma prima ancora che la scelta dei “temi”, è essenziale proprio il “confronto” quale "locus" fisico nel quale i soggetti che operano nello stesso contesto storico possono approfondire le tematiche e generalizzare l'esperienza (al di là delle "riservatezza" sui prezzi) per migliorare performance e strategie, per aprire alla riflessione visioni che rischiano di rimanere di nicchia.

E’ questo che può e deve aiutare un settore che ha estrema necessità di distogliere lo sguardo dalla punta delle proprie scarpe (nonché dalla logica di individuare il nemico da abbattere, che la vicenda autostrade ha nuovamente fatto riemergere) e, nello stesso tempo, può fornire preziose chiavi di lettura ad una "politica" che deve riprendere coscienza come quello dell'energia sia un settore strategico e vitale per la vita del Paese e per la competitività della sua economia e non certo in funzione del decimillesimo di euro sul "prezzo alla pompa".

Il ruolo di una riflessione intorno al tavolo della proposta caratterizzato dalla logica è insostituibile se si vuole perseguire l'obiettivo di individuare ed assumere quelle scelte universali senza le quali un settore, oggi impigrito dallo scarso esercizio, non ha ragione di essere tale.

E' stato proprio quando il settore non si è chiuso in se stesso o ritratto a difesa del suo territorio che sono stati ottenuti i risultati migliori e di più ampio respiro.

Forse sarebbe utile ripartire proprio da questa consapevolezza.

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