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EXTRARETE. ANCHE L’AGCM SFOTTE LE PETROLIFERE (E PRESENTA IL SUO PIANO INDUSTRIALE)

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Si è tenuto qualche giorno fa, a Firenze, il convegno organizzato da Quotidiano Energia dal titolo “Carburanti no logo, un modello vincente”.

Al convegno, una cui esauriente sintesi viene riportata dallo stesso Quotidiano Energia in un apposito resoconto qui allegato, sono presenti e prendono la parola tutti: il Ministero, l’Antitrust, Unione Petrolifera, Assopetroli, Federmetano, la Grande Distribuzione Organizzata oltre ovviamente ai “festeggiati”, gli imprenditori della pompa bianca, i nuovi geni del mercato.

Ci sono, a dire la loro, persino i rappresentanti del Gestore del Mercato Elettrico e dell’Acquirente Unico che, fino a poco tempo fa, venivano vissuti nel settore come un potenziale pericolo, più che un corpo estraneo, perché evocati nel disegno di legge “Libera la benzina!”: quella cosa brutta, sporca e cattiva che si spingeva “irrealisticamente” a immaginare, nel più completo isolamento, soluzioni “illusorie e irrealizzabili” come, ad esempio, la costituzione di un mercato all’ingrosso dei carburanti costituito, aperto e trasparente (vale a dire l’esatto contrario dell’extrarete).

Quel mercato all’ingrosso al tempo ridicolizzato (chi si ricorda l’allora sottosegretario Saglia che nel 2011, tra l’ilarità compiaciuta degli astanti, a domanda, rispondeva: “il mercato all’ingrosso dei carburanti? E mica sono vacche!”) e che ora è legge dello Stato (legge n.27/2012). Un mercato all’ingrosso subìto a denti stretti, tenuto nascosto e pensato per non nuocere, ma di cui il Ministero pubblicamente non esita a vantarsi (cfr.la SEN) al pari di come abbia "aperto il mercato" limitando il vincolo di esclusiva (?!) per i gestori che fossero anche proprietari dell'impianto (meno di 800 in tutta Italia).

Al convegno mancano i gestori, ma questi sono i tempi: è un convegno ghost.

Ad ogni modo, dal resoconto degli interventi molti sono gli spunti di interesse che emergono.

Tra questi, ad esempio, quello che convince a concludere in questo modo uno degli autorevoli relatori: “Una risposta, quella della rete di vendita, che si spiega in gran parte proprio con l'espansione dei nuovi operatori presenti ormai in forze soprattutto nel Centro-Nord (Veneto, Emilia Romagna, Umbria) e Centro-Sud (Lazio, Puglia e Sardegna). Successo, al quale le "petrolifere", vedendosi scappare le vendite, hanno reagito innalzando i margini. Come dimostra lo stacco rete/extra-rete in continua salita.”

Insomma, è detto al contrario ma si capisce perfettamente come sia chiaro che le “petrolifere” continuino a diminuire i prezzi in extrarete e ad aumentarli sulla rete.

Che altro ci sarebbe da aggiungere su quale sia l’ingrediente misterioso che rende “vincente” il “modello” della pompa bianca (e della GDO)?

E perché continuare ostinatamente a chiamarle “pompe bianche” se -gratta, gratta- in filigrana, dietro il “bianco” del marchio chi ha occhi per vedere distingue perfettamente il “colore” della compagnia petrolifera che le rifornisce sia di prodotto che, soprattutto, dello strumento commerciale vincente, cioè il prezzo competitivo?

Tuttavia, c’è ancora chi continua a sostenere -senza che neanche gli scappi da ridere- che il “segreto” risieda nella “minimizzazione dei costi operativi, soprattutto di gestione” e nella “logica di massimizzazione dei volumi”.

Tradotto: premesso che la colpa è del “servizio” e dei gestori che costano troppo, per il resto se abbassi il prezzo vendi di più e se vendi di più ti riforniscono di prodotto a più basso prezzo.

Lasciamo perdere quanto costano i gestori, è inutile insistere: questa gente è abituata a parlarsi da sola e a darsi sempre ragione.

Sul servizio, invece, sono gli stessi “festeggiati”, gli imprenditori delle pompe bianche, i nuovi geni del mercato, che -non resistendo alla tentazione di stravincere, immersi nell’euforia dei brindisi- tengono a precisare che “puntano alla selfizzazione, ma non rinnegano il servito”: vale a dire che si vantano -non senza una “affatto malcelata soddisfazione”, come giustamente rileva il cronista- di poter praticare prezzi più che competitivi pur “facendo il servito”.

Con ciò, ribaltando anche la proporzione della seconda suggestiva tesi: in realtà, se ti approvvigionano ad un prezzo tanto basso (quelli bravi lo chiamano “platts plus”, quelli ancora più bravi strappano persino un “platts minus”) rispetto al resto della rete, hai margini tali da poter praticare prezzi più che competitivi, servire pure il cliente e continuare a guadagnare. E’ questo, niente altro, che consente di “massimizzare i volumi”, cioè avere la fila fuori dell’impianto.

Però, spiegato così, il “fenomeno del mercato” si rivelerebbe per quello che è: un trucco nemmeno tanto abile.

E non giustificherebbe né i “festeggiamenti”, né i “festeggiati” e, viene da pensare, nemmeno gli “ufficianti delle feste” che invece si applicano indefessamente a coccolare i nuovi vincitori, ovviamente in attesa dei prossimi (Flajano ricordava che “gli italiani accorrono sempre in soccorso del vincitore”).

Tra i “tifosi” della “prima ora”, in rappresentanza dell’Antitrust, l’inossidabile dott. Noce (c’è chi giura di ricordare che si occupava di questo settore già da prima di De Vita e chi scommette che continuerà ad occuparsene anche dopo Di Vincenzo), la cui articolata presentazione depositata al convegno mettiamo a disposizione dei pochi coraggiosi che leggono queste inutili righe.

Il responsabile della direzione energia dell’AGCM non perde occasione, già da molto tempo, di evidenziare che “le cose che preoccupano gli operatori della rete carburanti, in particolare i gestori, per l'Antitrust sono invece elementi positivi e scelte imprenditoriali legittime”, come efficacemente sottolinea il resoconto pubblicato dall’altro giornale di settore, Staffetta Quotidiana, anche questo allegato.

Le “scelte imprenditoriali legittime”, riferite alle compagnie petrolifere, sono proprio quelle che, nel linguaggio dell’Antitrust, riescono a trasformare le pompe bianche (e la GDO) in quei “campioni del mercato” che, in una sorta di nemesi storica, lavano con il sangue (impuro) dei gestori, sacrificati al mercato, il peccato originale dei petrolieri finalmente convertiti alla concorrenza.

Eppure, anche al dott. Noce, come già successo ad altri in precedenza e come accade ormai sempre con maggiore frequenza, scappa una battuta che dovrebbe suonare davvero caustica e irridente per i grandi manager dell’industria petrolifera nostrana.

“Certo -afferma Noce- stupisce che riforniscano la Gdo (7 punti vendita su 10) a prezzi tanto vantaggiosi, cannibalizzando i punti vendita concorrenti che magari sono di loro stessa proprietà”.

Potere della sintesi: quante informazioni e notizie in poche parole!

Per l’Antitrust, la “magnanimità” dei petrolieri è “ultra petita”, come direbbe un avvocato, cioè va ben oltre le “richieste” e persino “stupisce”.

Per l’Antitrust, che sa di che parla avendo raccolto tutte le informazioni durante l’ultima indagine conoscitiva conclusa lo scorso anno, i prezzi riservati a GDO (e pompe bianche) sono “tanto vantaggiosi” per forza di cose rispetto ad altri che, evidentemente, devono essere "svantaggiati" (ma si può dire discriminati).

Per l’Antitrust è proprio questo che consente di “cannibalizzare i punti vendita magari di loro stessa proprietà”.

Certo, all’Antitrust “sfugge” che il problema -in termini di “legittimità”- non è se un impianto venga cannibalizzato, ma se è consentito dalle leggi che tutelano la concorrenza ed il mercato che un soggetto terzo e autonomo - nel caso specifico, il gestore che non è un orpello strumentale del punto vendita, un mero prolungamento dell’erogatore, ma una impresa- venga discriminato, spinto violentemente fuori mercato e costretto coattivamente al fallimento.

Ma non si può avere tutto e ci rendiamo conto che, nell’impeto di offrire il proprio “soffio vitale” al mercato dei carburanti, sia accettabile qualche veniale disattenzione o un “piccolo danno collaterale”.

“Chi mangia, fa briciole” ebbe a dire, secondo le cronache, un altro giudice -il dott. Olivares- quando, ormai promosso al CSM per “meriti conseguiti sul campo”, qualcuno gli chiedeva conto della sua precedente attività di Pubblico Ministero nel processo Tortora.

Tuttavia, finché le “briciole” fatte sono i gestori, qualcuno potrebbe tranquillamente affermare, senza scandalo, che il “progetto superiore” si sia finalmente realizzato.

Ma, come è noto, l’appetito vien mangiando e se ci si spinge ad affermare che anche “il tanto temuto disimpegno delle compagnie (come Shell che vende la rete o Esso che applica il modello grossista) non è necessariamente indice di qualcosa di negativo”, il ragionamento cambia definitivamente rotta.

Si fa ingresso in categorie di valore -positivo, negativo, meglio, peggio- e soprattutto in questioni di interesse generale -quali la politica industriale di un Paese o l’assetto di un mercato- che un sistema democratico assegna e riserva in via esclusiva, per prudenza, appunto alla “responsabilità politica”.

Vale a dire a chi trae la sua autorità dall’essere stato eletto e che, per questo, ha il compito di tutelare l’interesse generale, non un singolo aspetto per quanto possa essere importante.

Questioni tipicamente politiche tanto fondamentali per il Paese -come ad esempio ottenere o conservare sul proprio suolo le attività, le risorse e gli investimenti di certi tipi di aziende e multinazionali- non possano essere determinate a colpi di orientamenti e non possono essere valutate solo dal punto di vista della “concorrenza”.

Esattamente come il tema della raffinazione italiana che non può essere considerato, forse appena un pizzico riduttivamente, in funzione di dove si riforniranno le pompe bianche dopo che ha chiuso Mantova.

Prima di Mantova hanno chiuso (o “accostato”) altre e dopo lo faranno altre ancora.

I “lunghi” di raffinazione sono solo un lontano ricordo, ormai, ed una favoletta che qualcuno continua a raccontare avendola altrove orecchiata: la verità è che importiamo prodotti finiti -benzina e gasolio- malgrado la contrazione eccezionale dei consumi.

Il problema è ormai quello dell’approvvigionamento del fabbisogno del Paese e quindi della sua dipendenza non più solamente per i greggi, senza che nessuno abbia la minima intenzione di mettere i suoi capitali per investire, ammodernare e riconvertire apparati industriali vecchi e dalle rese inefficienti e superate.

In un contesto di questo tipo, immaginare che sia la “concorrenza” -neanche l’applicazione delle norme, ma la definizione degli orientamenti- l’unica stella polare ad indicare la strada delle decisioni del nostro Paese, sarebbe ancora più irresponsabile e cinico che plaudire ad una operazione “riuscita” mentre il paziente giace morto.


AGCM - Presentazione Convegno QE del 24.10.2013

Quotidiano Energia - No-logo in passerella a Palazzo Vecchio - 28.10.2013

Staffetta Quotidiana - Carburanti. Noce: da chiusura Mantova rischi per rifornimenti a no-logo - 28.10.2013


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