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LA MOZIONE CONCLUSIVA ED IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO APPROVATI DAL CONSIGLIO NAZIONALE

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Pubblichiamo, di seguito, la Mozione conclusiva approvata al termine dei lavori del Consiglio Nazionale della Fegica, tenuto a Roma lo scorso 21 gennaio, e a seguire il testo del Documento politico-programmatico, alla stessa mozione allegato.


CONSIGLIO NAZIONALE - Roma, 21 gennaio 2015

MOZIONE CONCLUSIVA

Il Consiglio Nazionale della Fegica, riunito a Roma il 21 gennaio 2015

HA APPROFONDITO le tematiche ed i contenuti degli Accordi sottoscritti con Esso ed Eni ritenendo il risultato raggiunto positivo, sopratutto in funzione del quadro di riferimento economico e politico entro il quale gli Accordi sono maturati.

Quindi procede alla loro formale approvazione.

HA ESAMINATO lo stato dei rapporti con le altre Compagnie petrolifere, caratterizzato da una profonda sofferenza e dalla chiusura preconcetta, manifestata da alcune di esse, di prendere atto come sia impossibile raggiungere intese che non abbiano al centro la rinuncia aziendale agli accordi individuali sottoscritti, all'introduzione di una politica di prezzi al pubblico che assicuri, al Gestore, condizioni eque e non discriminatorie per competere (abbandonando differenziali che, fra impianto ed impianto, hanno raggiunto differenziali anche di 180 €/Klt.), alla fissazione di un "margine minimo" intangibile, alla chiusura di ogni improbabile esperienza basata dalla contemporanea presenza -durante il turno manuale- di erogatori controllati da accettatori di banconote (self pre-pay), alla ridefinizione della "centralità" del Gestore che dovrà uscire dall'affermazione vuota e retorica per trovare un preciso riscontro nelle politiche aziendali: di prezzo e di garanzie per i Gestori medesimi.

Alla fine della disamina di dettaglio delle singole vertenze, il Consiglio Nazionale, approvando la posizione illustrata dalla Segreteria indica i temi appena enunciati come irrinunciabili ed impegna, quindi, le Delegazioni che presenzieranno alle trattative con le singole Aziende di attenersi, scrupolosamente, alle linee tracciate.

HA CONSIDERATO le questioni relative alla rete autostradale che, attualmente, si trova in una condizione di massima sofferenza: tanto per la perdita del 50% degli erogati negli ultimi tre anni, quanto per la politica suicida messa in atto dalle compagnie petrolifere che, ancora, non hanno sciolto alcun nodo circa il loro posizionamento futuro su tale segmento di rete, lasciando che i giochi vengano condotti dalle società Autostradali. Queste ultime -Aspi in testa-, attraverso una politica arrogante e furbesca, fidando sui "buoni rapporti" ministeriali (ma anche con Antitrust), continuano -in assenza di un'opposizione che non sia quella condotta dalle Organizzazioni di Categoria- a giocare su più tavoli a loro esclusivo vantaggio ed a vantaggio delle società di ristorazione che saranno il vero "vincitore" dei prossimi affidamenti. Anche la prevista emanazione dell'atto di indirizzo che dovrebbe aprire la stagione dei nuovi affidamenti, sarà sostanzialmente in continuità con i "desiderata" della potente lobby delle Concessionarie. A cominciare dalla negazione del diritto alla continuazione della gestione, chiunque sia il nuovo Affidatario ed all'introduzione, su larga scala, di una selfizzazione che distruggerebbe definitivamente tale segmento.

Su tali argomenti il Consiglio Nazionale impegna la Segreteria a promuovere -unitariamente con Anisa e Faib Autostrade- ogni azione necessaria a tutelare gli interessi dei Gestori autostradali, ivi compresa la proclamazione di chiusure di TUTTI gli impianti, all'impugnazione dell'atto di indirizzo -in Italia e presso la Corte Europea- e ad ogni altra iniziativa in grado di tutelare il futuro dei Gestori.

HA PRESO ATTO dello Stato del confronto aperto con l'Unione Petrolifera, Assopetroli e Grandi Reti sulla ristrutturazione della rete da attuarsi mediante la chiusura degli impianti già classificati incompatibili a cui, necessariamente devono essere aggiunti quegli impianti ritenuti inefficienti (a basso erogato e senza servizi) partendo dal fatto che, dalla documentazione messa a disposizione dall'Agenzia delle Dogane (Utf), gli impianti con un erogato annuo fino a 300.000 litri sono circa 5.000. A ciò va aggiunto che senza una "moratoria" sull'apertura di nuovi impianti ogni ristrutturazione della rete diventa -come il passato ha ampiamente dimostrato- un mero esercizio dialettico: a chiusura di impianti non possono essere autorizzate nuove aperture che finirebbero per rendere la ristrutturazione priva di ogni effetto pratico. Così come non può essere sottaciuto che una ristrutturazione che non affronti anche il problema dei prezzi e del riassetto complessivo, è destinata a non sortire alcun effetto verificabile.

Il Consiglio Nazionale della Fegica affida alla Segreteria Nazionale il compito di continuare il confronto e trovare le convergenze necessarie per presentare al Governo una proposta quanto più condivisa e ad insistere sulla necessità di una "riforma organica" dell'intero settore.

HA LUNGAMENTE DIBATTUTO sui temi generali partendo da quanto la Federazione, ormai da oltre un decennio, ha messo in campo per leggere gli accadimenti del settore e mettere a punto strategie di contrasto della deriva e di proposta complessiva per far tornare il settore a crescere. Il dibattito ha affrontato, senza alcuna riserva, tutto il percorso riannodando quel "filo rosso" che ha attraversato tutta l'elaborazione della Fegica e che ne ha caratterizzato l'azione.

Sulle questioni aperte e oggetto del confronto, il Consiglio Nazionale ritiene indispensabile che la sintesi del dibattito trovi riscontro in un documento di scenario che -per i punti chiave contenuti nella relazione introduttiva e nelle conclusioni- è già stato definito ed illustrato al Consiglio stesso.

Il Consiglio, quindi, approva all'unanimità il documento politico-programmatico e ritiene di allegarlo alla presente mozione conclusiva.


CONSIGLIO NAZIONALE - del 21 gennaio 2015

DOCUMENTO POLITICO-PROGRAMMATICO - ANALISI E PROPOSTA

Il Consiglio Nazionale della Fegica Cisl, riunito a Roma il 22 gennaio 2015, presso la sede nazionale di Via Anzio 24, ascoltata la Relazione del Presidente, dopo ampio dibattito, la approva all’unanimità.

Dal proprio Consiglio Nazionale, la Fegica intende proporre a tutto il settore l’avvio di una riflessione sui fenomeni che hanno determinato la situazione in atto che, con ogni evidenza, è caratterizzata dalle condizioni peggiori e da un degrado tale mai in precedenza vissute, ipotizzando allo stesso tempo alcune possibili soluzioni.

LA PREMESSA.

L’attuale condizione del settore é dovuta alla concomitante azione di fattori esogeni quali, in generale, la crisi economica internazionale e nazionale e, più in particolare, la latitanza della politica, che ha fatto mancare all’intero Paese -e, quindi, anche nel nostro specifico- la necessaria “visione di sistema e di prospettiva” a partire dalla quale elaborare una politica industriale che sapesse rilanciare economia e consumi e fosse capace, nell’interesse generale, di moderare interessi particolari e di cortissimo respiro.

Ma, ancor di più, la realtà odierna è figlia di fattori tutti tipicamente endogeni, vale a dire scelte, decisioni e politiche variamente adottate (o omesse) -almeno nell’ultimo decennio e segnatamente a far data dall’autunno del 2006- all’interno del settore stesso che portano la gran parte delle colpevoli responsabilità che hanno, di fatto, stravolto il “sistema” fino ad allora in assoluto equilibrio, senza minimamente preoccuparsi di fornirgli alternative funzionali.

Ed è proprio nell’attuale contesto che la Fegica rinviene le caratteristiche di uno snodo essenziale, di un bivio decisivo per l’intero settore e, all’interno di esso, per il futuro della categoria che concorre a rappresentare: da una parte, il rapido e del tutto probabile -a condizioni date- accentuarsi dell’angolo di inclinazione del piano già ampiamente flesso verso la discesa; dall’altra, l’ancora possibile ma assolutamente indispensabile inversione di tendenza.

E’ verso la costruzione di tale ultima prospettiva che la Fegica ha deciso, da tempo, di indirizzare ogni proprio sforzo organizzativo e politico, tenendo (però) bene a mente quanto avvenuto e l’esperienza fatta nel corso dell’ultimo decennio, proprio perché si possa meglio guardare al futuro.

L’ANALISI. L’ESPERIENZA “STORICA”.

La Fegica, senza alcuna presunzione ma con risolutezza, rivendica a sé la capacità -insieme a pochi altri- di analisi e prefigurazione, nonché la tempestività con la quale, con largo anticipo sugli eventi che si sarebbero determinati, ha prima introdotto spunti di riflessione e poi decisamente denunciato pericoli e probabili conseguenze di quanto si andava preparando.

Lo ha saputo fare -contrariamente alla “vulgata” ed alle semplicistiche considerazioni sull'analisi puntuale offerta all'intero settore- cercando di coniugare la denuncia anche dagli accenti aspri con la proposizione di formule alternative all’interno di progetti organici di riforma, che evitassero l'avvitamento dell'intero sistema.

Ciò è sempre stato fatto -contrariamente alla “prassi opaca” utilizzata da altri soggetti- con la massima trasparenza, dando pubblicità alle proposte, mettendole a disposizione del “dibattito” e su queste facendosi anche in definitiva “misurare”.

Per offrire almeno un accenno dello sforzo di elaborazione compiuto, della visione di scenario e della tempestività con la quale è stato proposto, vale la pena ricordare che “Il futuro possibile – Ipotesi per la distribuzione carburanti in Italia” è stato reso pubblico ed illustrato a tutti i soggetti attivi nel settore oltreché all’intera categoria il 15 novembre 2006, proprio un decennio fa’, nel corso di un precedente Consiglio Nazionale “aperto”.

Già allora la Fegica avvertiva “l’impellenza di formulare -anche in solitudine- una ipotesi organica che tenti di cogliere il “divenire” e contribuisca a costruire “IL FUTURO POSSIBILE”, alternativo a quello che -senza decisi correttivi- si sta compiendo”.

Ed il “futuro che, senza decisi correttivi, si sarebbe compiuto” la Fegica aveva provato a rappresentarlo in anticipo, mettendone nero su bianco i contorni (qui brevemente richiamati):

  • lo scenario di breve periodo, a 1/3 anni
    • uso massiccio di contratti di associazione in partecipazione, di gestioni dirette e di società miste di gestione – introduzione del concetto di “cluster”
    • ricerca di maggiore flessibilità: contratti più brevi; maggior potere discrezionale e di controllo disciplinare per la compagnia; minore autonomia per il gestore
    • discesa diretta al pubblico del fornitore; controllo dei “bacini di utenza” attraverso il prezzo; acquisizione della “proprietà” del cliente
    • le velleità di smantellare il quadro normativo vigente, vissuto dall’industria petrolifera quale “freno” alla sua foga di accelerare i processi sopra esposti
    • le conseguenze distruttive per il settore; il fenomeno delle “pompe bianche” ed il ruolo della GDO
  • lo scenario di medio periodo, a 3/5 anni
    • l’industria consolida la discesa diretta al pubblico: obiettivo, condurre il 15-20% della rete attraverso contratti diversi da quelli di “affidamento in uso gratuito”, attualmente sostanziati -ex lege n.496/99- da accordi di somministrazione/fornitura
    • vanno a compimento le scelte strategiche delle “casemadri”, da tempo in corso di attuazione: discesa verticale della “prestazione” aziendale in qualità e quantità, causata da una compressione forzata dei costi; riduzione progressiva degli investimenti industriali e sulla “rete”, ritenuti non competitivi per remuneratività se confrontati con le rendite derivanti da investimenti finanziari; cessione a privati -anche per pacchetti di impianti- di parti rilevanti della rete, che vengono poi nuovamente convenzionati a condizioni onerose e anticipazioni sui canoni futuri
    • gli “specialisti della rendita finanziaria”, letteralmente creati e favoriti dalla stessa industria dalla quale vengono riforniti con sconti 4/5 volte superiori a quelli praticati ai gestori, moltiplicano le loro quote di mercato; la rete di prossimità viene così sacrificata; l’offerta tende a rarefarsi sul territorio ed il servizio a standardizzarsi, contribuendo all’arretramento complessivo di tutto il segmento
    • la GDO, ritagliata a “furor di popolo” la sua presenza, contende alla rete tradizionale segmenti di mercato, ma solo nei bacini più interessanti per “domanda”

Non si tratta, con tali richiami, di reclamare un merito vacuo e autoreferenziale, ma di chiarire -ad oggi e per il domani- che gli accadimenti che hanno portato alle condizioni drammatiche e disastrose in cui versa il settore attualmente erano largamente prevedibili (e previste) e che, lungi dall’essere attribuibili ad un destino inevitabile e già scritto o alla crisi generale che si sarebbe manifestata solo dopo di allora, sono ascrivibili a precise scelte compiute da una parte della dirigenza dell’industria petrolifera.

Scelte e accadimenti, quindi, che hanno una precisa genesi e chiare responsabilità individuabili, che hanno prodotto quei danni inestimabili che sono stati pagati a salatissimo prezzo soprattutto dalla categoria dei gestori, indicata strumentalmente come “il nemico da abbattere”, mentre ogni altro soggetto che è affacciato nel settore -dai retisti convenzionati, alle pompe bianche; dalla grande distribuzione, ai concessionari privati, fino ai marchi della ristorazione- ha potuto pescare a piene mani dal pozzo di san Patrizio che l’industria gli ha messo indiscriminatamente a disposizione.

Quelle stesse scelte e accadimenti che adesso, con il senno di poi, tutti sono pronti a stigmatizzare -a dimostrazione del madornale quanto imperdonabile errore compiuto- e che presentano il conto pure alle compagnie petrolifere, all’interno delle quali quella stessa parte di dirigenza responsabile del "corto circuito" ha continuato a fare carriera, speculando proprio sui gestori, ma portando in profondo rosso i bilanci delle loro stesse aziende (di quel che rimane delle divisioni operative) e, quel che è massimamente grave, distruggendo i “fondamentali” di un intero settore produttivo, industriale e commerciale.

La Fegica, senza alcuna presunzione ma con risolutezza, rivendica a sé l’assunzione -insieme a pochi altri- di una azione politica costantemente tesa a contrastare, passo dopo passo, il baratro che, nel silenzio, si andava aprendo sotto i piedi del settore.

Lo ha fatto sempre direttamente, aprendosi al confronto ogni volta che c’è stata la possibilità e portando la sua visione di "sistema".

Lo ha fatto anche, quando lo ha ritenuto necessario, in aperta contrapposizione con soggetti ritenuti “inattaccabili” perché dotati di “risorse” e “sostenitori” impareggiabili, pagando in “prima persona” un prezzo altissimo (in termini di ritorsione, oltreché sul piano puramente economico) per tale azione. Anche attraverso il surplus di sacrificio che una parte consistenza della propria dirigenza ha dovuto sopportare direttamente. Sulla propria pelle.

Una assunzione di responsabilità “diretta e individuale”, pur senza mai rinchiudersi nel proprio ristretto ambito o rinunciare ad “aprire” ogni sua iniziativa alla risposta (rimasta) potenziale dell’intero settore e della categoria.

Né, per altro verso, si è adagiata al mesto rito di una azione puramente di testimonianza.

Non solo perché l’iniziativa sindacale posta in essere ha avuto l’effetto -per nulla secondario- di ostacolare subito e rallentare fortemente dopo, per diversi anni, il processo di disgregazione perseguito da una parte dell'industria petrolifera.

La Fegica ha provato a far emergere, nella consapevolezza di ciascuno, il tentativo sistematico di colpire il quadro normativo speciale di settore per scavalcare la contrattazione collettiva ed arrivare a sottrarre individualmente ai gestori prima i loro “diritti” (si pensi, a titolo di esempio, all’introduzione nel 2009 della clausola di recesso nei contratti dei gestori Eni, che fu di fatto un mero atto dimostrativo di forza, visto il suo evidente fallimento negli effetti) e solo poi -e solo in conseguenza di ciò- i loro “denari” (le prime formule tese alla marginalizzazione del gestore e all’automatizzazione della rete grazie all’uso del “self pre pay” risalgono al 2007).

La stessa campagna di “Libera la benzina!” -promossa nella primavera del 2011 insieme ai colleghi di Faib- indipendentemente da qualsiasi giudizio vogliano darne ancora oggi quanti (in vero non molti, almeno nel settore) ebbero la pazienza di provare a comprenderne la ratio che sottendeva il ragionamento, ha saputo produrre -nonostante tutto- condizioni e risultati tanto tangibili quanto rilevanti.

Portare un'offensiva articolata e credibile sul piano delle “liberalizzazioni” -in un contesto generale che dava per scontato la resistenza della categoria in materia a “difesa di lobbistiche rendite di posizioni” in uno schema “tipicamente corporativo”- ha significato, in generale, sottrarre all’industria petrolifera il monopolio di argomentazioni legate appunto alle liberalizzazioni, alla concorrenza, alla competitività.

Tutte argomentazioni che, per quanto agitate in modo del tutto strumentale e mistificatorio, avevano ingenerato il convincimento diffuso che i colpevoli dei prezzi alti dei carburanti fossero conseguenza della posizione lobbistica dei Gestori.

Un tale ribaltamento anche solo nella percezione ha consentito alla Categoria di ritrovare una nuova disponibilità in larghi settori della politica e delle rappresentanze parlamentari, spesso favorevolmente colpite proprio dal rovesciamento dello “schema noto”; di porre interrogativi ingombranti e mettere in un qualche imbarazzo anche l’Antitrust, sempre più costretta ad “estremizzare” le posizioni espresse a difesa della propria “visione del settore”, risultando sempre meno comprensibile (e compresa) la sua posizione di retroguardia sul piano specifico della difesa dei principi della concorrenza e del mercato; di ottenere un differente “ascolto” anche in parte dei mezzi di comunicazione generalisti, fino ad allora disponibili a farsi mero megafono acritico delle lamentazioni retoriche e ripetitive provenienti dall’industria; di consentire ad una parte rilevante delle associazioni dei consumatori di spostare il “tiro” dai gestori, fino ad allora bersaglio prediletto.

In definitiva, la categoria ha cominciato, in questo modo, ad uscire da un vero e proprio accerchiamento, aprendo uno ampio squarcio di verità e conoscenza su concetti quali esclusiva, extrarete, condizioni di approvvigionamento eque e non discriminatorie, sullo stato di dipendenza economica dei gestori, ecc.

Tutte “questioni” che, ancora all’alba del 2011, erano del tutto fuori da qualsiasi dibattito e persino dalla comprensione di larghissima parte del settore, gestori compresi, e che oggi, per quanto possa apparire irreale, vengono ritenute patrimonio diffuso e indubitabile. Parte del dibattito nel settore e fuori di esso.

Infine, é stato proprio quel lungo e paziente lavoro di “informazione” imbastito a sostegno di “Libera la benzina!” che ha consentito alla categoria di respingere il decisivo attacco portato dall’industria petrolifera alla base stessa del sistema normativo vigente, già denunciato dalla Fegica nel 2006, che si era già tradotto nell’approvazione nel “chiuso” del Consiglio dei Ministri (gennaio 2012) del testo originario del decreto legge 1/2012, cosiddetto “cresci Italia”, e persino di ribaltarne in pochi mesi il risultato finale, in sede di conversione nella legge 27/2012.

Ciò, grazie alla mobilitazione della Categoria, alla disponibilità ottenuta da alcuni gruppi parlamentari, già largamente sensibilizzati in precedenza, ed al luogo “pubblico” rappresentato dal dibattito al Senato.

Luogo in cui è andata in scena, senza veli, una rappresentazione inedita: i gestori a “spingere” le liberalizzazioni e tutti gli altri a difendere i propri privilegi.

Il risultato finale di quella "battaglia" oggi rappresenta l’architrave su cui poggia una solida costruzione giuridica a difesa dei Gestori o almeno di quanti si vogliono (far) difendere.

La Fegica, senza alcuna presunzione ma con risolutezza, rivendica a sé l’aver accettato la sfida (anche culturale) -in “splendida solitudine”- di aprire un “fronte legale organizzato” -parallelamente alla iniziativa negoziale e saldamento all’interno del progetto politico-sindacale della Federazione- anche per dare adeguata risposta e competente sostegno alle crescenti esigenze di “difesa” dei singoli Gestori dagli attacchi di compagnie e retisti, cui la mediazione collettiva non riusciva più, da sola, a rispondere compiutamente.

Lo ha fatto, anche in questo caso, in modo pubblico, trasparente, alla luce del sole ed in “prima persona” con l’iniziativa “Class Action. Giustizia per i Gestori.” che, a partire dallo studio, dagli approfondimenti e dalle esperienze acquisite con l’atto che la Fegica ha depositato direttamente contro Eni -primo e, al momento, unico caso della storia di questo settore e non solo- ha consentito, sta consentendo e continuerà a consentire ai numerosi Gestori che hanno infine preso la decisione di difendersi e di farsi difendere, sparsi in tutta Italia e indipendentemente dalla loro “storia” sindacale, di provare a farlo potendo contare su un sostegno tangibile e una impalcatura legale strutturata, competente ed assolutamente coerente con gli obiettivi politico-sindacali collettivi.

Un lavoro quasi sempre riservato ed oscuro con il quale la Fegica -come è nella sua stessa natura fondativa- non si è limitata a “tracciare la linea”, a “indicare la strada”.

La Fegica si è misurata essa stessa, mettendo in discussione la propria stessa esistenza ed incarnando le politiche promosse, dando loro letteralmente corpo.

Un lavoro che, dopo i primi pronunciamenti variamente positivi delle cause individuali, ha consigliato in molti casi le aziende petrolifere (e qualche retista) a “transare” in modo sistematico sul piano economico con i gestori ricorrenti, anche solo per evitare (Tribunale di Massa docet)di arrivare a sentenza e rischiare di avere precedenti.

La Fegica, senza alcuna presunzione ma con risolutezza, rivendica a sé l’aver messo al centro della sua politica e della sua iniziativa -tra i pochissimi soggetti operanti nel settore l’obiettivo di conservare ed ora di ricostituire le condizioni necessarie a dare all’intero settore, inteso come “sistema”, quella prospettiva che oggi sembra obiettivamente non avere.

Nella motivata convinzione che solo all’interno di un “sistema” minimamente sano ed equilibrato, i Gestori, che puntano alla stabilità della loro attività con un orizzonte temporale lungo e che ottengono da questa attività il sostentamento delle loro famiglie, possono pensare di raggiungere i loro obiettivi.

Un “sistema” tale che, per altri versi, finirebbe per essere utile (sarebbe bene fosse compreso) alle stesse compagnie petrolifere che, malgrado tutto, in questo settore conservano almeno parte del loro core business ed una parte significativa dei propri assets industriali.

Il vero disastro in cui versa il settore -è ormai chiaro a tutti- non è il risultato del “mercato”. E’ vero semmai proprio il contrario.

E’ il risultato del rovesciamento delle regole che presiedono qualunque altro mercato, in ogni altra parte del Mondo sviluppato.

E’ l’effetto della “cura da cavallo” a cui è stato sottoposto il settore nel corso di questo ultimo decennio, di errori madornali ed imperdonabili infilati uno dietro l’altro, di improvvisazioni, di scelte sempre di più basso profilo e sempre di minore prospettiva temporale, di iniziative imposte solo per giustificare e conservare ruoli e benefit individuali: di iniziative, in definitiva, dagli esiti diametralmente opposti agli stessi interessi delle aziende in nome delle quali venivano assunte.

In sede "storica" e prendendo atto dei mutamenti che sono stati recentemente introdotti, alcune riflessioni sulla precipitazione degli eventi devono essere fatte.

Dove si è mai visto che il soggetto naturalmente più forte e strutturato del mercato, l’industria petrolifera, ed in particolare il leader indiscusso, l’Eni, scateni la “guerra dei prezzi”, con ciò disintegrando la remuneratività dell’intero settore (compresa la propria) a colpi ripetuti di iniziative di sconti e scontoni, che hanno rappresentato per il “sistema” una vera e propria bomba al cobalto, le cui schegge ora si annidano ad ogni livello della filiera?

Qual’è la logica, assunta da tutte le aziende, nel mettere nel mirino, quale nemico da abbattere, i propri “Gestori-rivenditori” fino ad indicarli, pubblicamente e senza pudore, come i responsabili del prezzo alto dei carburanti, del mancato ammodernamento della rete, dell’assenza di competitività del settore?

Che senso ha una politica "commerciale" che lorda, abbandona, svilisce e svaluta i propri stessi investimenti, gli assets, la rete di vendita di proprietà e che impone una innaturale concorrenza all’interno del proprio stesso marchio, solo per meglio "piegare", attraverso una patente discriminazione, i propri gestori, tanto da costringerli alla restituzione forzata di parte consistente del loro margine?

Quale credibilità può vantare quella “strategia” che si fonda sulla rapida e progressiva automatizzazione (non selfizzazione) degli impianti, svilendo la propria immagine, riducendola ad un "stupido" parallelepipedo che accetta in prepagamento banconote e carte al posto del gestore, rinunciando così a qualsiasi tipo di azione commerciale ed inaridendo anche quel poco di servizi ed attività non oil erano stati avviati su una rete già del tutto distante dal “modello europeo”?

Quale prestigio può vantare un soggetto economico sempre pronto a "battersi il petto" ad ogni sussurro dell’Antitrust? A compiacersi dei diktat che arrivano, su ordinazione, dalla Commissione Europea? Ad esporre arrendevolmente la gola, sua e del settore, ad ogni moral suasion e ad ogni “prelievo” la politica abbia voglia di effettuare in termini di tassazione sui carburanti? E, per altro verso ancora, a prostrarsi prono alle pretese dei concessionari autostradali, arricchendoli? A coprire di denaro gli “imprenditori del pezzo di carta”? A generare, coccolare ed avvantaggiare spudoratamente contro ogni logica (e regola) di mercato ogni altro soggetto, dalle pompe bianche alla GDO, voglia passare all’incasso certo, senza neanche prendersi il disturbo di dovere esplorare i rischi imprenditoriali del cargo market?

Queste le incredibili contraddizioni in atto nel nostro settore, frutto del prevalere della "forza" sulla “ragione” e di una adesione acritica ai "fattori esterni" accettati come dogmi, che vanno invertite per superare l'impasse nella quale il settore, pur se con differenti responsabilità, si è cacciato con le sue mani.

LA PROPOSTA.

Correggere fino a ribaltare queste vere e proprie deviazioni e storture del mercato: passa da qui la possibilità di restituire una prospettiva al settore e, con questo, a tutti quei soggetti che vi operano avendo la responsabilità di guardare al domani e quindi di ragionare in termini di “sistema”.

Appare necessario, in tale ottica, avere la consapevolezza ed il coraggio di rivendicare, prioritariamente, il diritto del settore a recuperare le giuste condizioni di remuneratività.

In questo senso è il settore stesso ad aver il dovere di fare un “salto culturale” per restituire al concetto di “prezzo” il valore dato dall’equilibrio tra le sue due funzioni fondamentali di strumento concorrenziale, da una parte, e remunerazione dell’attività svolta, dall’altra.

Va da sé che il “prezzo” deve necessariamente tornare ad occupare stabilmente il centro delle politiche commerciali della rete, chiudendo definitivamente la lunga stagione folle in cui si è voluto imporre al suo posto, in tutto e per tutto, il concetto di “sconto”.

In coerenza con ciò e tenuto conto che il “sistema” ha largamente dato dimostrazione di non poter sostenere la stortura determinata dall'ampiezza della "forbice" tra le condizioni del tutto incomparabili ed evidentemente discriminatorie praticate in rete ed extrarete, malgrado si riversino nel medesimo mercato distributivo, l’ulteriore “salto culturale” che il settore è chiamato a fare è quello di semplificare l'offerta ed uscire da ogni equivoco, sostituendo il cosiddetto “platt’s più” e “platt’s meno” con il nuovo benchmark di riferimento “prezzo rete più” e “prezzo rete meno”.

Non si tratta qui -sia chiaro- di escludere o ostacolare alcuno dalla possibilità di approvvigionarsi e correre sul mercato, ma, al contrario, semplicemente di riportare il mercato all’interno di dinamiche equilibrate, misurabili e trasparenti, in cui non trovino più allocazione considerevoli condizioni di privilegio ingiusto e di vantaggio immotivato e dove a ciascun soggetto vengano garantite condizioni di partenza eque e non discriminatorie per poter competere adeguatamente con le proprie forze, nel pieno rispetto della legge e delle regole del mercato e della concorrenza.

D'altra parte, i “grandi imprenditori” che in questi anni hanno dato grande prova di sé, presi da più parti a riferimento e modello, persino dispensatori di lezioni teoriche, hanno a disposizione una opportunità eccellente di misurare le loro capacità, se non ritenessero più tanto “vantaggiose” le comode condizioni attualmente offerte dal “mercato interno”, approvvigionandosi sui mercati internazionali (il già citato cosiddetto cargo market), con tutto quel che comporta in termini sia di rischio che di guadagno.

In un contesto così mutato e orientato anche gli impianti cosiddetti “ghost” ritornerebbero naturalmente ad occupare quella collocazione di nicchia, sia in termini numerici, che di volumi di vendita, che abitano senza forzature in altri mercati europei presi normalmente a riferimento.

E persino la “razionalizzazione della rete” avrebbe maggiore probabilità di essere portata finalmente a compimento -come è indispensabile che sia- e avrebbe esiti maggiormente produttivi di quanto i meri calcoli aritmetici gli assegnano nelle previsioni.

Un progetto serio di razionalizzazione della rete non può accontentarsi di fare leva sugli impianti cosiddetti “incompatibili” che, in quanto tali, avrebbero dovuto essere stati già rimossi da tempo (se fosse davvero possibile in concreto).

Né può pretendere (se non all’interno di un interesse generale, in nome del quale ciascun soggetto assicura volenterosamente e lealmente la propria parte) di finanziare i proprietari degli impianti per garantirgli le “bonifiche”, stravolgendo, da una parte, la natura originaria del “fondo indennizzi” e, dall’altra, la regola aurea secondo cui “chi inquina, paga”. Altro ragionamento, a questo proposito, sarebbe quello che, abbandonati i savonarolismi di facciata, ricercasse il massimo della convergenza anche per trovare un antidoto ad un sistema di bonifiche che lascia tutti gli operatori nell'indeterminatezza burocratica di tempi e costi di realizzazione.

La razionalizzazione assume senso compiuto, in termini di efficienza, produttività, capacità di investimento e conseguente ammodernamento, se si pone l’obiettivo (incentivandone il suo conseguimento) di ridurre il numero di punti vendita inefficienti, vale a dire sotto una certa soglia di erogato e in assenza di attività e servizi collaterali.

E tuttavia, a condizioni date, i proprietari degli impianti –dalle più grandi aziende petrolifere, ai più piccoli retisti- mostrano allo stato, di non aver alcun interesse a chiudere neanche gli impianti inefficienti, sui quali al limite, quando il gestore riesce a fuggire, si accontentano di lasciare accesa la macchinetta del self pre-pay.

Il che, in termini generali, contribuisce ad inquinare ulteriormente il mercato e, più nel particolare, ma per noi massimamente importante, costringe il gestore a lasciare la propria attività senza neanche avere la possibilità di accedere a quell’unico ammortizzatore sociale, appunto il fondo indennizzi, immaginato a sua minima tutela.

E’ nell’ottica di una tale “proposta” complessiva che la Fegica da volentieri atto a Esso ed Eni di aver offerto negli ultimi mesi, sia pur con diversi accenti e contenuti e non senza criticità e contraddizioni, un significativo segnale al settore intero in decisa controtendenza con il passato che, se troverà conferma in una azione coerente, durevole e convinta, ha già in sé molti degli elementi necessari ad imprimere una spinta riformatrice orientata nella giusta direzione.

Non è un dato di poco conto, ben oltre quelle ragioni per cui sembra ovvio e scontato definirlo tale.

La “posizione” di Eni non si caratterizza solo per il fatto che continua ad essere il leader del mercato, ma anche perché viene assunta proprio da quel soggetto che in altri tempi aveva suonato la carica trascinando il settore verso l'attuale insostenibile situazione, seguita nei comportamenti da (quasi) tutti gli altri, chi prima, chi dopo (e chi, in ritardo e trafelato, ancora insiste nel provare ad emularla).

Esso (italiana) mettendosi alla guida di un simile processo teso a recuperare condizioni generali di mercato equilibrate e quindi almeno in partenza potenzialmente remunerative, mostra di voler agganciare l’ultima possibilità di mettere in “forse” la decisione (presa in corporate) di abbandonare progressivamente anche il mercato italiano.

Rinunciare all'apporto di soggetti che operano su scala mondiale è un "lusso" che il Paese non può permettersi: chi glielo spiega però alla politica che non ha mosso un dito e forse non si è neanche accorta che Shell ha già fatto il medesimo percorso?

Oltretutto, questo sarebbe ulteriormente mortifero per il settore (ed i suoi maggiori competitors) che perderebbe(ro) un punto di riferimento centrale, soprattutto se sostituito, come sarebbe, da una ulteriore parcellizzazione della rete.

In una visione, anche qui, di “sistema”, bisognerebbe saper comprendere quali conseguenze ci si dovrebbe preparare a sopportare in termini di certezza degli approvvigionamenti, tecnologie, politica ambientale, accesso al mercato dei greggi senza essere affogati in quello dei prodotti finiti, occupazione, risorse investite e da investire.

O si crede che il ruolo ricoperto dalla Esso potrebbe essere assunto da soggetti che, come già oggi avviene, si porrebbero come loro obiettivo “strategico” quello di tagliare i margini dei Gestori degli impianti acquisiti dalla multinazionale americana.

CONCLUSIONI.

Tutto ciò considerato, il Consiglio Nazionale della Fegica:

CONFERMA il proprio assoluto impegno e massimo sforzo organizzativo finalizzato a ricostituire condizioni di mercato minime per restituire al settore e, con esso, alla categoria la prospettiva di un futuro;

RILANCIA l’iniziativa tesa a organizzare e sostenere l’esigenza dei singoli gestori -di ogni marchio, nessuno escluso- di reclamare in ogni sede giudiziaria -a tutela dei singoli interessi- i diritti negati e negandi oltreché i relativi risarcimenti dei danni loro ingiustamente recati;

RIVENDICA, nell’ambito del progetto politico perseguito e come segmento di costruzione utile e necessario ad invertire il processo attualmente in atto nel settore, il ruolo attivo assunto nella definizione degli Accordi collettivi recentemente sottoscritti con Esso ed Eni. Non si tratta quindi per Fegica di “difendere” la propria scelta come “minore dei mali”, pure se non sfuggono le criticità e le sofferenze economiche che questi Accordi non risolvono compiutamente. Criticità e sofferenze che però -è bene che ciascuno lo tenga bene a mente- erano preesistente agli Accordi e dovute a scelte, nella gran parte dei casi, assunte individualmente. Il compito affidato agli Accordi è quindi quello di concorrere ad evitare che tali criticità e sofferenze finiscano solo per generarne altre e peggiori, provando al contrario a dare loro un senso, partendo da queste per ricostruire una nuova prospettiva di rilancio;

SOLLECITA l’industria petrolifera nel suo complesso ed ogni singola azienda a rivedere rapidamente i propri schemi di analisi e comportamentali, ad abbandonare politiche insensate e prive di alcun respiro e ad avviare un confronto aperto al proprio interno e verso gli altri soggetti del settore, riappropriandosi del ruolo di guida e delle responsabilità che le competono in termini di visione di scenario e prospettiva del settore. Cominciando, prima di tutto, dal dirimere le questioni legate alla razionalizzazione della rete e all’inquinamento del mercato dovuto all’attuale modello di extrarete;

INVITA i colleghi di Faib e Figisc a proseguire nel percorso di ricerca di convergenze già da tempo avviato, per offrire al tentativo di rilancio del settore il contributo solido e coerente di una sua componente essenziale, anche promuovendo, un "Forum" nazionale indirizzato -come accaduto già con il "workshop" del 1998, dal quale ridare attualità all'analisi e ridefinire strategie degli interventi;

AFFIDA ai suoi organismi dirigenti che esercitano la sua rappresentanza ad ogni livello il compito di ricercare la massima convergenza possibile tra tutti soggetti operanti nel settore e tradurre in atti tangibili e conseguenti gli obiettivi politici posti.

APPROVATO ALL'UNANIMITA'


Consiglio Nazionale del 21.1.2015 - Mozione conclusiva.pdfozione conclusiva.pdf

Consiglio Nazionale del 21.1.2015 - Documento politico-programmatico.pdf


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