Come è noto, le Organizzazioni di categoria dei Gestori -Faib, Fegica e Figisc- e dei retisti indipendenti - Assopetroli e Grandi Reti- hanno raggiunto un Accordo su uno schema di contratto di commissione che hanno provveduto a depositare presso il Ministero dello sviluppo economico, in applicazione della legge 27/2012 (ex decreto "cresci Italia") che norma le condizioni per l'introduzione di nuove forme contrattuali che regolano i rapporti tra gestori e titolari delle autorizzazioni.
Uno schema di contratto che, nonostante fosse appunto un "portato" della legge, ha vissuto un percorso a dir poco travagliato.
Non tanto per la naturale difficoltà di trovare una mediazione tra le posizioni delle parti oggi firmatarie.
Quanto per effetto di una lunga verifica con il Ministero dell'Economia e l'Agenzia delle Entrate, in relazione alla possibilità del Gestore di usufruire del "bonus fiscale" anche nel caso fosse titolare di un contratto di commissione: questione poi solo recentemente risolta positivamente con l'approvazione del decreto legge cosiddetto "del fare" e malgrado una posizione "incerta" assunta dai rappresentanti del Governo nelle commissioni parlamentari.
Tuttavia, il travaglio è stato soprattutto dovuto ad una reiterata posizione pregiudizialmente contraria dell'industria petrolifera nel suo complesso.
Proprio quella industria che strilla da anni dell'ingessatura dei contratti esattamente come dei troppi impianti della rete.
Ed esattamente come per la ristrutturazione della rete -per ottenere la quale sarebbe sufficiente che le compagnie petrolifere si decidessero a chiudere i loro impianti che invece si ostinano a tenere aperti anche con il fil di ferro- l'industria petrolifera italiana, non appena si concretizza la possibilità di introdurre nuove tipologie contrattuali, si sottrae.
Per evitare speculazioni e aiutare i deboli di memoria, sarà bene chiarire alcuni punti fermi e, nel frattempo, ricordare per cenni la storia recente.
Il contratto di commissione, oggetto dell'Accordo tra retisti e gestori, non sostituisce il contratto di comodato che rimane con tutte le caratteristiche volute dalla legge (d.lgs. 32/1998), durata compresa.
E' invece alternativo a quello di somministrazione che attualmente "integra" quello principale, vale a dire proprio quello di comodato, per dare un certo sollievo soprattutto agli impegni finanziari e di esposizione nei confronti degli istituti di credito che, specie di questi tempi, appesantiscono non poco le gestioni.
L'introduzione di nuove tipologie contrattuali, di cui il contratto di comodato é il primo esempio, non é frutto di una libera scelta, ma di una disposizione della sopra citata legge 27/2012, che nella sua prima stesura (il decreto "cresci italia" n.1/2012) affidava la sua definizione alla "libera contrattazione" (?!) tra singolo titolare di autorizzazione (compagnia o retista) e singolo gestore: non c'è bisogno di aggiungere altro.
La stesura definitiva della norma ha poi rimesso alla contrattazione collettiva a livello associativo (quindi tra UP, Assopetroli e sindacati dei gestori) la definizione dei nuovi modelli con la scadenza del 31.8.12.
Oltre tale termine ed entro il successivo 30 settembre sarebbe toccato al Ministero (su proposta anche solo di una delle parti) promulgare i nuovi contratti.
Prima della scadenza viene avviato un tavolo a livello associativo tra compagnie, retisti e gestori che si arena di fronte all'irrigidimento di UP sul non voler costruire degli schemi di contratto minimamente articolati: secondo le compagnie è necessario fermarsi al "titolo" lasciando che ciascuna singola azienda lo riempia di contenuti secondo le sue esigenze, magari dopo averli negoziati con i sindacati dei gestori.
Se non che questa seconda fase negoziale non è prevista da nessuna parte, tanto meno nella legge, e quindi non c'è alcuna garanzia che ciò si realizzi davvero.
Faib, Fegica e Figisc assumono quindi l'iniziativa di individuare una soluzione attraverso l'introduzione di un secondo livello di contrattazione regolata ed inviano la loro proposta con una comunicazione formale del 28.6.2012 al Ministero dello sviluppo economico.
Due settimane dopo, Unione Petrolifera scrive al sottosegretario De Vincenti e rifiuta il secondo livello di contrattazione (quello che fino al giorno prima giurava che sarebbe stato attuato dalle sue aziende), anche sulla scorta degli "orientamente espressi informalmente dall'Antitrust".
Ora, che gli orientamenti dell'Antitrust, vale a dire di una Istituzione garante e terza, si esprimano "informalmente" già di per sé dovrebbe apparire irrituale, ma che di renderli noti si incarichi un soggetto privato, suscettibile proprio alle verifiche ed ai controlli dell'Autorità di garanzia, dovrebbe imbarazzare almeno al punto di tacerlo.
Ma questo é un terreno sul quale dovremo, nostro malgrado, tornare.
Le compagnie, come detto, si sottraggono alla contrattazione e, di rinforzo, cominciano ad introdurre tutta una serie di contratti di "guardiania" in relazione ai quali le Organizzazioni dei gestori chiedono al Ministero dello sviluppo economico, ai sensi della legge, con una comunicazione del 20.12.2012 (successivamente riproposta per singola azienda), la formale apertura di una vertenza collettiva con tutte le compagnie.
Il Mise, che non si degnerà nemmeno di una risposta alla richiesta di parte sindacale, mette insieme tre tipologie contrattuali che, a febbraio di quest'anno, fa "girare" in bozza.
La bozza ministeriale relativa al contratto di commissione contiene poco più del titolo, offrendo su un piatto d'argento a ciascuna singola azienda la possibilità di riempirlo a proprio piacimento, sottratto a qualsiasi ulteriore livello di contrattazione se non quello (prendere o lasciare) con il singolo gestore.
In effetti, molti "indizi" concorrono ad indicare quali contratti piacciano davvero alle compagnie petrolifere e soprattutto quali contenuti debbano avere.
A parte le dichiarazioni di facciata (che fanno il paio con quelle sulla ristrutturazione e l'ammodernamento della rete), non esiste ancora un contratto migliore di quello che c'é, vale a dire il contratto di comodato, tanto vituperato e fonte di ogni ingessatura e male.
E' proprio con questo contratto che, nonostante tutto (leggi incluse), stanno facendo ciò che vogliono.
Ed é sempre questo che utilizzano per regolare i loro rapporti persino con la GDO, anche quando, perciò, sarebbero libere di adottarne qualsiasi altro.
Poi lo si vede dai diversi contratti di "guardiania" che hanno cominciato a diffondere sulla rete (e che pure qualcuno imprudentemente firma).
Infine, ne è ampia testimonianza una bozza di contratto di commissione che é stato proposto ai sindacati dei gestori qualche mese fa' da una grande azienda.
Basta accennare solo che si tratta di un contratto a tempo indeterminato, solo che c'è la clausola di recesso, utilizzabile in ogni momento e senza motivazione, con preavviso di sei mesi.
Nessuna durata e nessuna negoziabilità dei contenuti: questo è il contratto che l'industria petrolifera vagheggia nei suoi sogni e per ottenere il quale continua a muoversi senza riguardo per niente altro ed in modo scomposto.
Tanto da tornare a "tirare la giacca" all'Antitrust anche sul modello di contratto oggetto dell'Accordo tra retisti e gestori.
Le compagnie si lamentano -per dare un qualche improbabile sostegno alla tesi- che l'intesa "contenga elementi economici" e non avendo trovato ascolto al Ministero, che non può far altro che "promulgare" il nuovo modello definito secondo legge, cercano insistentemente le gonne dell'AGCM come più volte fatto in passato: dal 1999, sottraendosi per un quadriennio alla contrattazione economica; al 2008, per chiudere ogni spazio al tavolo sulla riforma del settore; passando per gli "impegni" volti a chiudere le istruttorie, le "pubblicità ingannevoli" che all'improvviso non sono più tali, l'"automatizzazione" della rete, ecc.
Così non si va da nessuna parte.
L'Accordo con Assopetroli e Grandi Reti, vale a dire con un "mondo" assai diversificato ed eterogeneo, con il quale più volte siamo entrati in polemica anche sul rispetto delle regole di singoli associati, è la dimostrazione lampante che la disponibilità ripetutamente manifestata dai gestori a negoziare ed introdurre elementi di novità e discontinuità è reale e concreta.
Così come l'assenza dell'industria è figlia di un vecchio (vorremmo sperarlo) retaggio aristocratico che reputa macchiarsi di "lesa maestà" qualunque attività, anche quella che non la riguarda, osi mettere in dubbio la sua pretesa primatia.
Invece di andare avanti per strappi e forzature, rispetto ai cui conseguenti guasti, poi, non riesce più a mettere riparo alcuno, la "nuova" industria sia capace di mettere in discussione anche le sue certezze e si apra al confronto.
La disponibilità del sindacato dei gestori, sia pure su basi necessariamente negoziali, è un dato di fatto e continua ad essere offerta anche in tema di contratti.
Ma non pretenda di scambiare questa disponibilità con l'assenso inerte della categoria ad essere usata a proprio piacimento e quindi spazzata via in silenzio.
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