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CONTINUIAMO COSÌ: SPERIAMO NELLO SCONTONE

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A parte l'esaltazione dovuta all'ubriacatura del primo week end di scontone di qualche funzionario che si rivolge ai suoi "ragazzi" come se fosse il Generale Patton, bisogna dare atto a quelli dell'Eni di aver tenuto almeno un alluce sulla terra.

Che non ci voglia un genio del marketing per vendere la benzina sotto costo e' una affermazione che poteva essere data per scontata da quelle parti.

Tanto meno la preoccupata confessione che il problema sarà cosa inventarsi da settembre in avanti, soprattutto per spiegare come mai lo scontone non ci sarà più e i prezzi non potranno che tornare a salire.

E già, perché a parte che consentire qualche week end fuori porta in più agli italiani, per dirla con il senatore Divina, Presidente leghista della Speciale Commissione prezzi, "riparti con ENI" ha il merito di chiarire definitivamente che il platts e' davvero quella foglia di fico dietro alla quale si nascondono i mostruosi margini dei petrolieri.

I soldi veri stanno a monte del platts e sono nelle tasche delle corporate, vale a dire delle case madri che sempre petrolieri sono e che, normalmente, tengono il guinzaglio stretto alle divisioni operative, secondo la regola aurea del mercato che vuole rigidamente divise le due fasi.

A rompere il tabù in Italia e' proprio il leader del mercato, la cui posizione dominante e' vista persino dai non vedenti, azienda controllata dallo Stato (a volte sembra il contrario), monopolista di settori strategici che assicurano disponibilità economiche praticamente illimitate e che occasionalmente e' anche l'unica ad avere la propria corporate in grado di decidere direttamente in Italia.

Le altre o fanno base all'estero o non sono interamente integrate.

In questo senso, sentir dire all'AD di Eni che si può permettere lo scontone per aver chiuso il contratto in Mozambico (che non produrrà niente almeno per i prossimi quattro anni), deve essere risuonato come la più sonora presa in giro alle orecchie degli altri manager petroliferi.

Tanto più perché, a parte lo scontato coro plaudente della stampa italiana, non sono mancati altri apprezzamenti per niente attesi.

Prendersela con i giornalisti di questo Paese sarebbe ingenuo e stucchevole.

Primo perché sotto quelle che con un eufemismo patetico vengono abitualmente definite "semplificazioni giornalistiche" ci finiscono, a turno, un po' tutti: se ci fosse un premio Pulitzer in Italia lo vincerebbe il Gabibbo.

Poi perché il fascino del potere in generale e dell'uomo potente in particolare, dell'uomo solo al comando, da noi e' gettonato più della pausa caffè: non si tratta del sogno americano del "self made man", l'uomo che si e' fatto da solo, e dell'ambizione degli altri di poterlo imitare, ma della speranza nostrana di farsi notare, compiacere e raccomandarsi a quello che tutto fa e tutto può.

Ma, si diceva, altri apprezzamenti non devono essere stati ben digeriti.

Le dichiarazioni del Presidente dell'UP o quelle del Ministro giungono da persone che "sanno" di che parlano.

Il primo sa con quali situazioni di settore ci si confronta, tanto che fino a ieri rischiava il ridicolo per difendere la tesi che i petrolieri hanno un margine inferiore al 7% o che i prezzi alti sono colpa dei gestori.

Il secondo sa che il Governo di un Paese avrebbe la funzione non di "augurarsi" che tutto vada per il meglio, ma di regolare un mercato per consentire il più equo e competitivo confronto tra domanda e offerta.

In altre parole, quella che viene definita liberalizzazione, che nel nostro Paese assume il significato di aggiustare le cose per questo o quell'altro soggetto e che invece dovrebbe sottrarre un settore produttivo e la collettività dal dovere sperare che qualcuno ti conceda, prima o poi, sua sponte, qualche bello scontone.

Ora e' un po' come se -sia detto per pura ipotesi- l'Ucraina (dell'amico Putin non si può parlare male) ogni anno, nel momento di gelo più intenso, chiudesse il rubinetto del gasdotto.

Pensate che, quando si decidessero a riaprire il rubinetto, il Ministro in carica si rallegrerebbe del fatto che "quella e' la strada giusta" o che il Presidente della Commissione parlamentare gioirebbe per qualche week end in più al calduccio?

O forse, piuttosto, non si scatenerebbero furiose polemiche (magari lunghe tre minuti e dieci dichiarazioni) sulla dipendenza energetica del Paese e sui regimi antidemocratici che ci tengono in ostaggio?

Ma questa e' fantapolitica.

Di fatto, invece, qui c'è una azienda che controlla rigidamente il mercato (soprattutto raffinazione e logistica), che ha aumentato i prezzi dei carburanti per più di trenta volte nei primi tre mesi dell'anno, che ha tenuto stabilmente i suoi prezzi più alti non solo delle pompe bianche che riforniva, ma anche degli altri marchi petroliferi, e che ora riapre i rubinetti a tempo determinato, costringendo la gente in fila nei week end con la tessera in mano del razionamento come in tempo di guerra e a combattere con la macchinetta del self service.

Lo fa con una parte infinitesimale di quella ricchezza che gli deriva dalla sua posizione di monopolista di Stato che fa pagare a tutti gli italiani la bolletta energetica più alta d'Europa.

E questo gli vale pure l'encomio.

Voler sottolineare, dopo questo, che proprio in questi giorni c'è il collocamento dei bond aziendali, appare del tutto superfluo.

Almeno tanto quanto ricordare che Eni si accinge a scaricare sul Paese una nuova massa consistente di disoccupati e cassa integrati che arrivano dalla raffinazione, dagli uffici commerciali (sia detto per i "ragazzi del Generale Patton") e dalla rete di vendita.


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