Secondo i canoni lungo i quali si muove generalmente il meccanismo dell'informazione non sarebbe propriamente una "notizia": é una vicenda che, ormai, si ripete tutti i giorni, in tutto il Paese.
Tuttavia, vale la pena di evidenziarla proprio per la sua tipicità e per l'estrema chiarezza dei contorni di quanto accaduto.
Un gestore chiude la sua attività dopo che, per quarantadue anni, prima il padre, Salvatore Carlo Fucci, e poi il figlio, Paolo, hanno gestito l'impianto di Airoli, l'unico posizionato lungo la provinciale che collega il paese all'Appia, nel tratto Napoli-Caserta.
Oltre quattro decenni di lavoro che si sono dovuti arrendere di fronte ai prezzi, platealmente fuori mercato, imposti alla gestione dall'Eni che hanno sviato le vendite verso altri impianti della zona.
Un destino scientemente disegnato a tavolino da altri che -come detto- sta toccando ad un numero sempre maggiore di gestioni.
Ma nonostante questo, Paolo prova a reagire.
Sente in tv quelli che esortano a comprendere che il mondo è cambiato, il futuro è arrivato e bisogna darsi da fare.
Legge "autorevoli esperti del settore" (la cui qualità è un ulteriore indicatore del drammatico stato di degrado raggiunto) i quali ammoniscono che a nulla serve puntare il dito sul prezzo che ti viene imposto, che sopravvive chi si evolve per trovarsi il cibo da solo, che bisogna innovare e non conservare.
Ascolta i professori al Governo che annunciano che, grazie alla nuove leggi, tra un po' ci saranno contratti evoluti e innovativi che consentiranno ai gestori di avere maggiori autonomie e nuove opportunità commerciali, ma che, proprio per questo, i gestori debbono attrezzarsi a fare il salto di qualità.
Va alle convention aziendali e apprende che, purtroppo, la situazione è difficile, l'azienda è in crisi, bisogna stringere la cinghia e raddoppiare gli sforzi.
Preso il coraggio a quattro mani, con la legge che sancisce (per l'ennesima volta) il diritto ad esercitare il "non oil" sotto il braccio, Paolo scrive all'Eni e chiede il permesso di investire i suoi risparmi nel punto vendita dell'azienda e rivitalizzarne l'attività.
La risposta (scritta) di Eni non giungerà mai.
Ma Paolo -che qualcuno potrà forse giudicare un po' ingenuo, ma non certo stupido- capisce l'antifona quando gli sventolano sotto il naso il contratto nuovo di zecca.
Quello che innova e non conserva, quello che sviluppa e non frena, quello che profuma di mercato e non puzza di CIP (prezzo amministrato), quello che guarda al futuro e non al passato, quello che invita a imprendere e non a chiedere assistenza, quello che spicca il volo verso il progresso e non si ostina a tenere ostaggio il Paese nella palude dell'immobilismo e dell'improduttività.
Quello che, in poche parole, trasforma il gestore in guardiano.
Fai il prestatore d'opera a 666 euro al mese, hanno detto a Paolo.
L'impianto di Airoli ora è fermo.
Ma questo importa a Paolo e, al più, a qualche giornalista del posto che, con un pizzico di superficialità, enfatizza l'accaduto come "effetto della crisi".
In Eni hanno ben altro da fare che occuparsi della rete.
Quanto agli altri intenditori continueranno, impassibili e cinici reggitori di code, ad esercitarsi lanciando vacui richiami alla modernità, senza neanche disturbarsi a scrollarsi di dosso le ragnatele.
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