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IN ITALIA LE LEGGI NON SONO MAI UN PROBLEMA

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prepotenza

Mai come in questa occasione, lo stile ruvido e diretto che viene universalmente riconosciuto a Giovanni Stella, alter ego di Franco Bernabè, riesce a sintetizzare lo stato di salute del "patto sociale" e della "certezza del diritto" che caratterizza il nostro Paese, nella stessa maniera di alcune vecchie repubbliche centro americane.

Come già detto, indissolubilmente legato a Franco Bernabè da oltre un ventennio, con il quale iniziò la sua carriera di "cacciatore di teste" proprio in Eni, avviando quella opera di sistematica demolizione di AgipPetroli proseguita e portata a compimento da altri -"distruggerò la cultura AgipPetroli" fu la promessa/minaccia che l'allora AD di Eni fece risuonare in una riunione di Consiglio del 1992- Giovanni Stella, attuale amministratore delegato di Telecom Italia Media, proprietaria di La7, sa bene che non sarà una questione legata al rispetto delle leggi o della regolamentazione Antitrust che potrà impedire, nel caso, l'ennesima concentrazione nel mercato delle telecomunicazioni e dell'informazione.

Il commento lapidario di Stella -"non e' un problema di leggi, in Italia non lo è mai"- sull'interessamento di Mediaset alla vendita di La7, non é una battuta di spirito, ma una fin troppo banale evidenza.

In Italia, una ben frequentata lista di "unti dal Signore" vive le Regole -quelle che sul momento non fanno comodo, s'intende- come "lacci e lacciuoli", come un inconcepibile freno alla propria individuale, pretesa e imposta, onnipotenza. Sempre pronti, ovviamente, a smentirsi in modo spudorato se le condizioni si invertono.

E nella nazione che ha saputo concepire il concetto di "ragion di Stato", per giustificare e soccorrere qualunque deroga soggettiva alla Legge codificata, quando l'arroganza dei potenti non riesce a forzare e ridisegnare esattamente a proprio uso e consumo l'ordinamento, la prepotenza del più forte trova ben poche resistenze nell'avvalersi della prassi del "fatto compiuto", nell'imporre la supremazia della (propria) legge "reale" su quella "legale".

Non sorprende, allora, se l'industria petrolifera nel suo complesso -fatti i dovuti e pochissimi distinguo del caso- ha deciso in questi anni di ignorare volutamente la legislazione speciale che il Parlamento ha ripetutamente confermato, ritenendo di interesse universale introdurre elementi di equità ed equilibrio, riguardo l'obbligatorietà del metodo negoziale collettivo, per regolare i rapporti economico-normativi tra singola azienda e singolo gestore.

Né può stupire il comportamento tenuto dalle compagnie petrolifere nel corso del giro di incontri svoltosi all'indomani della sottoscrizione in sede di Ministero dello sviluppo economico del Verbale del 27 luglio scorso, proprio per dare senso e seguito alla legislazione vigente.

Lasciate da una parte le loro acutissime differenze industriali, dimenticate le aggressive politiche commerciali l'un contro l'altra lanciate, le aziende, come se si fossero messe d'accordo preventivamente, come se si fossero costituite in "cartello", hanno intonato la stessa identica litania: primo, il Verbale del 27 luglio è stato sottoscritto da Unione Petrolifera e non da noi; secondo, il documento ministeriale contiene unicamente "inviti" del Sottosegretario che non hanno alcun rilievo ai fini della contrattazione; terzo, non c'è alcuna disponibilità a negoziare elementi di equità e di non discriminazione per i gestori all'interno delle politiche di prezzo e di sconto adottate; quarto, non esistono le condizioni per il rinnovo e l'adeguamento delle condizioni economiche (margini) dei gestori.

Nel furore tipico di chi non riconosce limiti alla propria azione, le compagnie ne hanno un po' per tutti: per i gestori, il che è normale, ma anche per UP, la propria rappresentanza associativa -ridicolizzata- e per le Istituzioni che hanno speso la loro opera mediatrice nel cercare di temperare la vertenza.

E, soprattutto, viene calpestata, ancora una volta, la Regola.

Ma se non sorprende o non può stupire, ciò non significa che possa essere tollerato.

Di qui la sollecitazione che Faib, Fegica e Figisc hanno congiuntamente inviato al Sottosegretario De Vincenti [vedi l'articolo "Gestori a De Vincenti: tavoli aziendali al palo. Subito verifica ministeriale", ndr] nella quale, per "galateo istituzionale", viene fatto largo uso di eufemismi quando si allude ad atteggiamenti di chiusura e di diffidenza riscontrati negli incontri di "colore" già realizzati.

Proprio il Ministero in generale ed il Sottosegretario in particolare non possono chiamarsi fuori, Verbale o non Verbale, dalle questioni di carattere generale che implica il rispetto puntuale delle Norme vigenti, che si tratti di contrattazione collettiva e quindi di compagnie petrolifere o di gratuità delle transazioni con carte di credito e quindi di istituti bancari.


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